Striati si dispiacque, lo rimproverò perchè non gli aveva fatto saper nulla della malattia, sarebbe andato a trovarlo; in sua compagnia l'amico non avrebbe sentito la noia di doversene stare in letto….
Poi fecero un buon tratto di via insieme, discorrendo, e non lo lasciò se prima non si fece promettere che sarebbe andato a casa sua come per solito. Serafina gli aveva domandato diverse volte di lui.
L'indomani Mario non si tenne, e all'ora solita, si presentò di nuovo in casa Striati. Nel salire le scale, il cuore gli batteva con violenza. Trovò lei nel salotto, sdraiata mollemente sur una poltrona, co' piedi incrociati sul panchetto imbottito, ricoperto di velluto cremisi: leggeva. Era seria, pallida, aveva gli occhi lucenti come se avesse la febbre, e nella sua persona nel suo abbigliamento, c'era qualcosa di negletto, che colpiva di più perchè insolito.
Alzò gli occhi dal libro con un «oh!…» languido, e gli stese la mano languidamente, mentre con l'altra posava languidamente il volume chiuso sul marmo del caminetto.
Gli domandò della sua salute; nulla del perchè non s'era fatto più vivo.
Da quel giorno non più frizzi: ritornò cortese come prima, ma restò malinconica. Parlava poco, quando c'era lui, faceva cader sempre il discorso sulle aspirazioni dell'anima, sull'insussistenza della felicità vera, sull'altra vita che doveva esser certo migliore della presente…. Sì che il giovine, gaio per solito, senza sapersene spiegare il perchè, cominciò a veder nero anche lui.
Una sera desinavano in famiglia: marzo, per l'imposte aperte del terrazzo, metteva nella stanza una profumata tiepidezza di primavera. Parlavano dell'imminente villeggiatura.
—Vuoi farci un regalone? disse Striati al cavaliere Mario Furlani che gli stava seduto dirimpetto; vieni in campagna con noi.
Mario dette una rapida occhiata a Serafina.
La bella donna pareva tutt'intenta nel piacere d'assaporare una pera che tagliava lentamente fra i ditini rosei bagnati dal succo.