—Dunque?… riprese il su Francesco, quando furono seduti di nuovo attorno al fuoco, voltosi al Carrarella. Questo guardò Sciaverio.

—È sangue mio, disse il campiere con un certo orgoglio: aveva compreso che volesse dire quello sguardo.

Allora mastro Pasquale riattaccò il discorso interrotto. Ma la pigliava larga. Correvano tempi maledetti…. lavoro non ce n'era…. i ricchi se n'infischiavano de' poveri: in mezzo agli agi, non credendo punto alla miseria, serravano i cordoncini della loro borsa…. si stringevano nelle spalle.

Guai a pigliare a imprestito! vi scorticavano vivo. Di fame si poteva morire? No di certo. Dunque imbecille chi non cercava d'ingegnarsi quando aveva fegato in corpo, e…. Basta…. Egli e il suo compagno avevano ideato un cert'affare…. venivano a proporgli se volevano esserne a parte. Lo conoscevano abbastanza…. per questo fidavano tanto in lui che non si sarebbero perduti in chiacchiere….

E abbassata la voce, soggiunse:

—Si tratta d'un sequestro.

—D'un sequestro!…

Mastro Pasquale accennò di sì col capo. Ma il su Francesco si messe a fare certe musate…. sbuffò come un cavallo che s'adombri….

—Lo sapete che è un sequestro, e quel che ci vuole per farlo?

—Se lo sapessimo non saremmo qui, rispose il cugino Santo. Sappiamo che siete uomo, e di quelli che non se n'incontra tutti i giorni; non perchè ci siete davanti.