Entrarono nella torre.

Quella del pian terreno era una larga stanzaccia affumicata, col solito focolare nel mezzo qualche furrizzo, un lettaccio, una tavola, un fucile a una canna appeso a un chiodo, un vecchio armadio a muro. Tutto ciò visto al debole chiarore della fiamma azzurrognola che mandavano alcuni tizzi, era d'un effetto strano: pareva d'essere in un antro da tregenda.

Mastro Vanni chiuse l'uscio, poi andò ad accendere un lume e una lanterna.

—Perchè così tardi? domandava intanto Sciaverio sottovoce a mastro
Pasquale.

—Lasciateci stare, rispose questo nell'istesso tono: mancò poco che non c'incontrassimo con la forza!

—Per la madonna!

—Calavamo pel bosco di Lanzeria, e giù nel torrente c'erano i bersaglieri…. noi non l'avevamo veduti: fortuna che ce n'avvertì un porcaio! Tornammo subito indietro, e dovemmo fare un gran giro. Basta, grazie a Dio l'abbiam scampata bella, e siamo qua.

—Porca cagna…. cominciò compare Santo. Ma Nicola venne a interromperlo.

—Presto, di guardia dietro la porta, disse ai due cugini; non è tempo di ciarlare questo. E si riavvicinò al ricattato, che se ne stava nel mezzo della stanza, immobile, a capo basso, come persona stanca e abbattuta, illuminato pienamente dalla lanterna di mastro Vanni il quale lo covava con gli occhiacci rossi come quelli di Caronte. Don Bastiano era ancora bendato; la benda, un fazzoletto a quadrelli rossi e bianchi, spiccava nel suo viso pallido sotto al cappuccio: dei sospiri sollevavano le sue spalle di tratto in tratto.

Nicola richiamò i due cugini che stavano già per Uscire.