—E tu, disse infine quand'ebbe esaurito anche quel tema, com'hai passato il tempo?

—Al solito, rispose lei: qui, lo sai, non ci si può divertire certo come a Palermo.

E disse quest'ultime parole con un leggiero tono d'amarezza.

Allora il giovane si accorse di quella sua cera brusca, e ne fu proprio sgomento. Che aveva dunque!… che le aveva fatto!… Non era molto, essa lo guardava con la solita dolcezza, n'era sicuro…. Perchè allora? Non ci si raccapezzava. E maledisse in cor suo la disgrazia che lo perseguitava. Qual più bella occasione di questa? Ora era perduta completamente: egli non aveva il coraggio di dirle una mezza parola di amore vedendola a quel modo. E mise un sospiro, e si contentò di guardare con la coda dell'occhio la manina che la fanciulla aveva abbandonata sul grembo. Se non fosse stato per quella diavoleria a lui ignota, forse a quell'ora stringerebbe tra le sue quella manina gentile e graziosa.

IV.

Il vecchio orologio a pendolo, chiuso in un armadio impiallacciato, sonò l'ora canonica, e si fissarono al solito l'ultime tre partite.

—Resterà a far penitenza con noi stasera, disse don Alessio al prete. E questi accettò con un sonoro «grazie» mentre un largo sorriso rallegrava quel suo faccione da frate gaudente. Corbezzoli! quella sera si doveva mangiar bene in casa dell'amico, s'era soliti di festeggiar sempre l'arrivo del nipote…. c'eran certi atomi odorosi nell'aria che venivano dalla cucina, da far credere che si mangerebbe carne…. Umh….

E giocò distratto, e perdette con gran piacere del vecchio, che lo veniva stuzzicando con un mondo di monellerie.

Un'insalata di lattughe dalle foglie crespe, metà d'un verde tenero, metà d'un bianco gialliccio, una montagna di costole di castrato arrosto il cui odore aveva fatto perder la bussola al reverendo, de' funghi delle Madonie con salsa d'acciughe, varie sorta di frutta, ecco il solido di quella cena di provincia: rappresentava il liquido un vinetto nero, un po' frizzante, ma buono in fondo, e che il prete tracannava a gran bicchieri.

Egli parlava poco: macinava a due palmenti: e restringendosi ad approvare spesso col capo, o con qualche «già» con qualche «sicuro» con qualche «è fuor di dubbio» messi con arte a posto debito, ascoltava don Alessio che aveva preso l'aire nel suo discorso favorito. Quella mattina era sceso al paese per certi suoi affari, quando, vicino alla chiesa, gli s'era attaccato a' panni don Castrenze, il già sindaco. Aveva un diavolo per capello quell'uomo, per il tiro che gli aveva giocato il partito contrario con alla testa i bottegai, tutti borbonici sino alla punta delle unghie. Imbecille! lo sapeva lui don Alessio, chi era stato a accoccargliela…. E chi era stato aveva fatto benone, perdinci! Oramai eran tutti ristucchi di quell'inetto ch'era diventato consigliere per caso, e sindaco per intrighi. Un bel bindolo! Già col Governo degli italianissimi bastava mostrarsi idrofofo per le cose passate, ad essere ritenuto un gran che, e poter pervenire a qualunque carica politica o amministrativa: don Castrense che predicava essere stato un di quelli che avevano attaccato la bandiera tricolore ai ferri del campanile (e le due parole sottolineate egli le pronunziava con un'enfasi canzonatoria) era uomo da papparsi il comune col cassiere e i consiglieri bell'e vestiti per di più! Ora strillava come una gazza spennacchiata, perchè l'avevano disturbato nel meglio…. non era potuto riuscire che a levarsi quel debito con i Salamanà. In soli pochi mesi di sindacato! Era dei sorteggiati di quell'anno, perchè aveva sostituito un morto, e aveva avuto un solo voto! c'era da scommettere che se lo fosse dato lui. Dunque gli aveva riempito la testa d'un mondo di chiacchiere: voleva ricorrere al re in persona, sarebbe andato a Roma così minchione come poteva parere, e quell'elezioni l'avrebbe fatte annullare. Era pazzo, poveretto…. si sarebbe visto! Anzi l'indomani scriveva al deputato sul proposito.