La sola Annuccia, poveretta, pareva non accorgersi di nulla: era come una Maria, al capezzale della mamma, la quale seguitava a guardar tutti con quegli occhi sbarrati nel volto pallido e affilato.

Il povero fattore si grattava la zucca: aveva fatto di tutto, ripeteva, che colpa ci aveva se non era riuscito che a metà? I padroni si calmassero però, ogni speranza non era poi perduta. I banditi gli avevano promesso formalmente che a don Bastiano non gli torcerebbero un capello; questo era l'essenziale…. Intanto bisognava vedere…. bisognava cercare….

E avvicinatosi finalmente al canonico e tiratolo in disparte, a voce bassa e con mistero, gli disse:

—Al Barone ha da ricorrere vostra eccellenza…. lui può tutto. Non metta tempo in mezzo, accetti il consiglio del suo povero servo che non si sbaglia.

La speranza entrò nel cuore del canonico.

—Buona idea, disse: ed io che non ci avevo pensato!

Don Salvatore e don Ciccio s'avvicinarono: vollero esser messi anche loro a parte della buona idea.

Approvarono.

Buona, proprio buona! non c'era altra via. La comunicarono alla povera Annuccia, i cui occhi si ravvivarono: s'alzò, si curvò sulla madre, e gli disse la cosa a voce alta, come si farebbe con un sordo.

Si mandò dunque il fattore in casa del Barone: il canonico aveva scritto a quest'ultimo una lettera tutta complimenti, pregandolo di voler favorire a casa loro. Non dimenticò d'aggiungere che sarebbe stato debito suo di recarsi al palazzo, ma lo scusavano le circostanze: gli perdonasse pertanto la libertà che si prendeva.