Ma egli non impazziva, no: l'aveva saldo il cervello, benchè un pensiero glielo martellasse dalla mattina alla sera, senza profitto. Che diamine era successo dunque in lui, sempre d'ingegno così sveglio? non era più quel Peppe d'un tempo che aveva ideato quel bel tiro delle posate?
E un giorno a quest'idea gli si presentò davanti agli occhi la figura losca di don Castrenze. Avevano continuato a essere amici, avevano riandato sempre il tempo passato…. Anche lui aveva seguitato a cercar d'ingegnarsi: come avesse pagato il debito ai Salamaria si sapeva. Era sicuro perciò che in questo frangente l'avrebbe aiutato volentieri. Sì, era una buona ispirazione la sua, il cuore non l'ingannava. In due avrebbero veduto meglio nella cosa. Ed egli che non ci aveva pensato prima!
Non mise tempo in mezzo: si buttò il ferraiuolo sulle spalle, prese il cappello, e uscì.
Il galantuomo giusto era in casa. Ricambiarono i saluti e sedettero; parlarono per un pezzo del più e del meno, e infine il reverendo entrò con bel garbo nella faccenda per la quale era venuto.
Ma il volpone voleva tastar prima il terreno: operare con cautela era la sua massima, e trattandosi di ciò non perdeva mai la bussola. Fece cadere il discorso su don Alessio. Per indisporre Castrenze contro il vecchio, gli disse ch'era stato lui a buscherarlo nell'elezioni: l'aveva cantato chiaro a cena, la sera ch'era arrivato don Giovannino, il nipote.
Osservò con soddifazione che gli occhi dell'amico mandavan fiamme addirittura, ascoltò pacatamente il sacco di vituperi che questi vomitò contro il Berlingheri. Allora cominciò a far le parti del galantuomo, pioggiandolo accortamente, dicendogli ch'egli aveva preso le sue difese, convincendolo del bene che gli aveva sempre voluto e gli voleva. Era l'amico d'infanzia, il vecchio compagno delle scappatelle passate. Oh, i bei tempi d'allora! Si ricordava eh, quella graziosa burla delle posate!
Il galantuomo cambiata a un tratto l'espressione del viso, dichiarò che non poteva pensarci senza sbellicarsi dalle risa, e rise battendosi le coscie. Al che il reverendo trasalì di gioia: ora s'inoltrava più sicuro nel suo discorso, un vero capolavoro con tant'arte, con tanto accorgimento, l'aveva condotto! Quand'ebbe dato gli ultimi tocchi, ritornò a parlare di don Alessio; prese un'aria di mistero e disse del tesoro.
Qui s'animò, s'accese, le sue frasi diventarono poetiche, e affascinò l'amico addirittura.
Lo fece restare a bocca aperta nel provargli con cifre, vuol dire matematicamente, che il tesoro doveva montare a diciottomila onze! Manasia era affittato mille e duecent'onze all'anno; il fittaiolo aveva l'obbligo di pagare la fondiaria e la sopratassa comunale: la Ceppa, diciotto salme di terreno tutto seminativo, a buttarla giù non doveva dar meno di duecent'onze all'anno: Badalà, l'aveva sempre sentito dire all'amico, gli dava legna, vino, olio, frumento, e legumi per uso di casa, ecc.: i canoni di Serravalle rendevano quattrocento cinquant'onze all'anno. Pareva non ci fosse altro…. no, non c'era altro. Mille e duecento, dunque, e duecento, mille e quattrocento, e quattrocento cinquanta, mille ottocento cinquanta. Metteva mille ottocento via, numero rotondo, i cinquanta andavano per il resto della fondiaria. Il vecchio non spendeva più di trecent'onze all'anno…. quattrocento, là. Ne restavano mille e quattrocento. Ah…. comprava delle terre ogni anno. Bene, metteva c'impiegasse cinquecent'onze: non di più certo…. Da mille e quattrocento dunque, leva cinquecento, ne restano novecento. Erano vent'anni che don Alessio accumulava quella somma! Novecento per venti facevan giusto diciottomila!!
Allora, veduto l'amico ansante sotto al fascino di quella cifra, parlò chiaro: voleva impadronirsene a ogni costo, chiedeva il suo aiuto, avrebbero diviso, s'intendeva.