Don Castrense accennò di sì col capo a varie riprese. Anche lui era di quel parere: partiva a momenti, andava a trovar l'amico che doveva farlo abboccare con don Peppino. E fattesi reciproche raccomandazioni e reciproche proteste, si divisero. Don Castrenze era già lontano, quando il reverendo lo richiamò con un «pst pst» energico. Voleva dirgli si ricordasse di non compromettere la sua veste sacerdotale….

Serafini…. campiere a spasso…. restavano intesi….

—Si parla una volta, rispose il guercio, stringendo la mano che l'altro gli tendeva come ultima raccomandazione.

VIII.

Il galantuomo desinò un po' più presto del solito. Alzatosi da tavola, sellò il morello, mise nelle bisaccie il gabbione col furetto, due pani bianchi, un fiasco di vino, un quarto di ricotta salata, un po' di salsiccia e quattro sedani: e montato a cavallo, con Vespa e Monaca dietro partì per Pietracaduta.

Arrivò sul far della notte. La luna già levata in un cielo senza una nuvola, batteva sulle vecchie mura della masseria con la mandria da un lato riparata da spini su' muriccioli a secco, si specchiava nell'abbeveratoio vicino, facendone scintillare le acque, increspate da un leggiero venterello. Dietro, sotto a' suoi raggi, verdeggiava tutt'in giro la costa, senza un albero, sparsa qua e là di sassi, e sulla cui sommità spiccava nell'azzurro un mastino acculato che abbaiava.

Allo scalpitìo del cavallo s'affacciò alla porta un contadino.

—Ehi!

—Ehi!

—Che volete?