Poco dopo, dalla strada detta Bocca di Capra, sbucarono otto uomini a cavallo: andavano un dietro l'altro avvolti in lunghi cappotti, come una sfilata d'ombre nere nella nebbia invadente. Venuti vicino la casipola, smontarono; lasciarono i cavalli in custodia a uno di loro, si fecero all'uscio consunto, chiuso con un bastone, infilato per traverso in un cappio di corda macera fermato al buco della chiave, l'aprirono, ed entrarono.
Dopo una mezz'ora, eccoti altre ombre sfilare nella nebbia:
—Ehi!
—Ehi!
Smontavano, lasciavano i cavalli, ed entravano.
Ciò sino a mezzanotte passata.
Dieci minuti dopo, l'unica stanzaccia terrena della casipola offriva uno spettacolo strano. Nel focolare scoppiettava una bella fiammata: e tutt'attorno sedevano tre uomini: don Peppino nel mezzo, Biagio Valvo, a destra, Umberto Riggio a sinistra; se ne stavano, ritti a gruppi, altri banditi, e campieri, e pastori, fin proprietari, associati alla banda. La fiammata illuminava in pieno le loro facce barbute o rase del tutto, dall'espressione dura e feroce, faceva luccicare i fregi di rame delle giberne e de' fucili, i bottoni d'acciaio dei giubboni dei pastori. E sulle loro teste, coperte di scorzette di felpa con lunghe nappe, di berrette di Padova, o di berrettini a barca di panno nero, galleggiava un denso strato di fumo, che faceva lacrimare gli occhi d'alcuni, in ispecie di due induvidui del primo gruppo a destra. Questi due davano nell'occhio per più ragioni: erano vestiti d'abiti di panno fine, dal taglio in certo modo elegante a confrontarlo con quello degli altri abiti, che pareva fatto con l'accetta; le loro faccie, punto feroci, erano solamente un pochino abbronzate; anche nel loro atteggiamento c'era qualcosa di mortificato….Si sarebbero detti due galantuomini smarriti in quella combricola di birbanti. Erano Pallanza, e Rossetti, due proprietari de' paesi vicini. Davan pure nell'occhio gli uomini del quarto gruppo, per il modo strano ond'erano armati: oltre al fucile a due canne, avevano chi un'accetta, chi un palo di ferro, chi un martello e lunghi scalpelli, chi una mazza d'acciaio.
Era un vocìo rotto da risa feroci: que' signori parlavano velatamente dell'assalto di S. Giovanni prossimo a compiersi, e si millantavano con una mimica smodata. Ma a un tratto il brigante calabrese s'alzò e impose il silenzio con un gesto. Il farabutto, che dava a quanto faceva una specie di strana solennità, atteggiò quella sua brutta faccia a un'aria mafiosesca, guardò tutti in giro e cominciò ad arringarli, come deve fare un generale prima del combattimento. Disse che li aveva fatti avvertire di trovarsi quella sera nella casipola del piano del Daino, a norma degli statuti dell'associazione: sapevano di che si trattava. Pensassero che la riuscita di quel colpo di mano, oltre d'impinguare le loro borse, assodava, col terrore, il loro potere definitivamente. Quello era uno smacco che davano alla forza armata, un di quegli smacchi che fan cascar le braccia addirittura e per un pezzo. Raccomandava l'ubbedienza ai capi: stava dinanzi a lui il fiore vero della malandrineria siciliana, e non parlava d'altro; era sicuro che ognuno farebbe il suo dovere.
Finito questo breve discorso, che fu accolto con un mormorio di approvazione, il Marchese cominciò a far l'appello dei banditi.
Di Montemaggiore risposero: Biagio Valvo, Carmelo Lo Cicero, Cruciano
Mesi, Pietro Salpietra, Angelo Mazzarese, Antonino Berretta. Di
Prizzi: Luciano D'Aquila, Paolo e Filippo Gaucitano, Raimondo Sarese,
Francesco Maralà detto Piede di palo, don Nicola Rospetti, don
Giuseppe Palenza (i due proprietari), Giuseppe Sambra detto il
Dannato, Sebastiano Chilli, Giuseppe Occhibianchi. Di Mezzoiuso:
Carmelo Mamola detto Cairone, Pietro Sgrò, Pietro Morale, Giorgio
Vittoriano (campieri manutengoli), Antonino Mistretta detto il
Salemitano. Di Lercara: Antonino Di Marco, Francesco Raja, Pietro
Reina detto il Malo villano, Giovanni Pessa, Gaetano Manzella,
Serafino Cilì. Di Burgio: Nicasio Savona, Giuseppe Carabillò, Umberto
Riggio.