Quel giochetto durò otto giorni; e i due amici se la passavano proprio come tanti re.

Ma ci fu il duro che non cadde nella rete; che negò non solo di saper di posate, ma minacciò anche di prendere a pedate nel sedere il tristerello se non batteva il tacco, e addio cuccagna.

Il diavolo addosso però l'aveva mastro Andrea che inghiottiva male i lavacapi che gli faceva il sor giudice, gonfiando le gote, e sbuffando. Al degno sbirro era entrato il sospetto che autore di tutte quelle birbonate fosse Peppe: ma come fare ad averne la certezza?

—Riga diritto ragazzo! gli diceva facendo gli occhiacci ogni volta che l'incontrava per la strada.

Ma lui cacciava le mani in tasca, e alzava le spalle, ed esclamava:

—O che vi salta in mente, mastr'Andrea!

—Basta, sono affari tuoi codesti…. uomo avvisato, mezzo salvato.

E lo sbirro tirava per la sua via brontolando.

Intanto non aveva pace: e fruga di qua e domanda di là, finalmente ci riuscì a risapere ogni cosa. Le posate al farmacista gliele aveva rubate Castrenze, l'avevano vendute insieme con Peppe e s'eran mangiato il danaro da mastro Nicasio! Il povero sbirro si mordeva le pugna: ah, il birbone aveva qualche santo dalla sua! come fare a parlare? quella forca di Castrenze era figlio del Capurbano!!

Ma era uomo di mondo mastro Andrea, e stimò esser da sciocco il perdere tutto il benefizio di quella scoperta. «Non si sa mai come possano andare le cose» era la sua massima. Basta andò diviato dallo zio Saverio. Gli era stato sempre amico…. ricordava sempre i bei tempi che facevano a sussi alla Rupe, dalla buon'anima di suo padre, e non voleva guastarsi con lui…. Però rimediasse, e presto…. un altro caso simile, e addio…. era costretto a parlare poi, se non voleva perdere il pane; aveva moglie e figliuoli da mantenere lui.