—Peccatore! ma che peccatore! protestavano tutti; e sin quella faina di Castrenze, cogli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni che non pareva mai dove guardassero, protestava, e corbezzoli, con che calore!
Poi per una quindicina di giorni andò per il paese, serio, grave, rigido nella zimarra nuova, affettando con dignità di non guardare gli sbirri quando gl'incontrava. E per tutto, al suo passaggio, erano scappellate a destra, scappellate a sinistra, e bisbigli di rispetto e di commiserazione, e mute strette di mano, e allusioni contro quel governo di birbanti, e la setta idrofoba, e contro certe persone del paese, che, di sicuro, ci mettevano lo zampino. Fin le comari correvano all'uscio quando passava, e prendendo i figlioletti per un braccio, gliel'additavano affibbiandoglielo per martire.
Era una cosa proprio commovente! come anch'egli soleva dir sul serio certe volte, per una strana allucinazione delle nature veramente malvage.
Ma un bel giorno il bandito Mistretta detto il Salemitano cadde nella rete: e tra l'altre cose, confessò che all'assalto di S. Giovanni di Cammarata c'era stato il famoso don Peppino con la sua banda, e gli affiliati, gente in libertà, che lavoravano per essa, e che si solevan chiamare per dar man forte negli affari arrischiati: malfattori di Lercara, di Prizzi, di Burgio, di Montemaggiore, di Mezzoiuso, circa trentadue. Tutte queste cose gliele aveva confidate Ciccio Raja.
La giustizia si mise sulle peste di compare Ciccio, e compare Ciccio fu preso. Anche lui confessò: nominò alcuni dei malfattori ch'ebbero parte nell'assalto di S. Giovanni: Raimondi, D'Aquila, Mamola, Riggio, don Peppino, Di Marco, ed altri: aggiunse che la cosa l'avevano proposta due sangiovannesi, un galantomicchio e un prete di cui ignorava i nomi; ciò l'aveva risaputo da Di Marco che l'ignorava anche lui. Gli si domandò di don Peppino. Rispose che non era più in Sicilia; viste le cose assai imbrogliate, aveva creduto regolare di lasciar zitto zitto i compagni con un palmo di naso, a cavarsela come potrebbero. Certo s'era imbarcato.
Come si vede non spirava più buon vento per il reverendo; pare che Dio e i santi si fossero svegliati; tanto più che la polizia, messasi, benchè troppo tardi, nella buona strada, riusciva ad appurare che il bandito calabrese era a Susa d'Affrica, e a farlo arrestare.
Consegnato al Console italiano a Tunisi, fu imbarcato in una nave che partiva per la Sicilia. Durante il viaggio, carico di ferri, buttato come un cane in fondo alla stiva tra un buio pesto e 'l rombo dell'acque che suscitavano nella sua mente idee d'inferno e di dannati, nelle prigioni poi dello stato, arso dalla febbre, in una specie di buco umido, ebbe più orribile la visione della morte, col terrore dell'ignoto. Lo spavaldo, che, in quella bell'alba di marzo, aveva avuto rabbia e vergogna de' suoi rimorsi, cadde più che mai in potere di queste vipere dell'anima.
Era nelle mani della giustizia umana, e non voleva comparire davanti a quella assai più terribile, la Divina, aveva commesso tanti delitti, che non s'illudeva, i giurati lo condannerebbero a morte…. Che fare in tal frangente? Come sfuggire il pericolo?
Confessare. E s'attaccò a quest'ancora di salvezza.
Allora con la speranza gli entrò nell'anima il sollievo: e la sua natura d'istrione prendendo a poco a poco il sopravvento, in quel modo di condursi intravvide una bella parte, quella di masnadiere pentito, mutato in benefattore della società, coll'additarle que' nemici che, senza di lui, sarebbero rimasti per essa una continua minaccia. Il male che aveva fatto lo riparava con il bene che intendeva di fare. Egli osò evocare la nobile figura del maestro di S. Stefano, quasi a riceverne lode e conforto!