Il dieci d'aprile, nella sala degli esami del carcere giudiziario di Palermo, fece la sua propalazione davanti al presidente Carlo Morena, assistito da un vice cancelliere. Disse che si chiamava Angelo Pugliesi, raccontò la sua vita per disteso, diede i più minuti particolari dei suoi delitti, e di quelli de' compagni (37 nientemeno, e nella sola Sicilia!) nominando tanto i banditi, quanto gli ausiliàri, e i manutengoli, infarcendo il tutto di considerazioni filosofiche, di massime morali, di leggiadre descrizioni di luoghi, di citazioni di passi di scrittori, e della Bibbia. In ultimo toccò dell'imbarco.
«Una sera, verso gli ultimi di giugno, una di quelle navi che fanno il piccolo cabotaggio s'accostò a un punto designato lungo la spiaggia siciliana, e m'imbarcai. In meno di tre giorni approdavamo a Susa d'Affrica.
«Questa è la sola pagina della mia sciagurata storia che lascio in bianco, spero che la giustizia non me ne vorrà male. È un debito che pago alla riconoscenza. Eppure non lo farei, se sapessi che chi mi accordò la sua protezione fosse un malvagio, un cospiratore contro la sicurezza dello Stato; ma non è tale, posso dire anzi ch'è ben altro. Memore forse, che quando ero il temuto Lombardo, il Capitano delle Montagne lo salvai da pericoli assai gravi, commosso dalle preghiere che gli feci inginocchiato ai suoi piedi, non potè tenersi dal beneficarmi. D'altronde più che vi penso, meno comprendo qual male egli abbia potuto fare allo Stato. E se male ci fosse, perchè si dovrebbe perseguitare lui solo? Il signor Francesco Cerra, il colonello Torselli, e un altro signorino, nell'anno scorso non fecero l'istessa cosa per Valvo, Lo Cicero, e Mesi, famigerati banditi di Montemaggiore? Non è giusto aver due pesi e due misure.
«A ogni modo mi si strapperà il cuore, ma non questo segreto, ma non il nome del mio benefattore.
«Arrivato a Susa, me ne andai in locanda, dove m'ammalai: come guarii, presi a pigione una camera nella via Fondacoh, e messi su un piccolo negozio di grano e di vino.
«A Susa conobbi un certo signor Pistoletti, negoziante veneto, residente là da venticinque anni, e garibaldino fanatico, tuttochè vice-console austriaco. Scrissi a Bonifacio in Cattolica, pregandolo di farmi arrivare una lettera di raccomandazione per il suddetto signore, la quale avrebbe dovuto firmare con la sua qualità d'aiutante maggiore della Guardia Nazionale. Per via di quella raccomandazione speravo di poter avere un posto in commercio. A Bonifacio scrissi altre tre lettere, in due delle quali lo pregavo di farmi esigere, per mezzo d'un certo Marretta, campiere del barone Paceco, alcuni miei crediti, cioè: sei onze da Umberto Riggio, e quattordici onze da Salvatore Raimondi: nella terza lo pregavo di cercar d'indurre lo stesso barone Paceco a darmi a mutuo cinquant'onze che gli avrei restituite entro un anno. Da Bonifacio ricevei…. non ricordo se due o tre lettere di risposta. Mi scriveva che il barone non voleva darmi a mutuo il danaro chiestogli, che era impossibile poter riscuotere i miei crediti. Mi accludeva la commendatizia per Pistoletti, mi dava notizie di lui, della sua famiglia, degli amici comuni. M'avvertiva infine che il generale Medici aveva fatto il possibile per sapere dal barone Paceco dove fossi, che questi aveva risposto di non volere denunziare un miserabile che volontariamente se n'era andato tra' beduini…. Forse non tutti la pensarono così!
«Ma io non ho rancore con questi signori, anzi li ringrazio d'aver offerto al governo i mezzi di rintracciarmi e arrestarmi.
«Dall'Affrica non ebbi carteggio nè col barone, nè con suo figlio Gasparino amico mio strettissimo. Da questo ebbi bensì una lettera, scritta, salvo errore, con inchiostro turchino sbiadito; poco prima che partissi dalla Sicilia, e quand'egli supponeva che sarei andato a Malta. Difatti in quella lettera me ne accludeva una di raccomandazione per un certo signor Mendolia negoziante in quella città. Mi pregava di scrivergli sotto l'indirizzo d'Agostino Paruta. Non conosco questo Paruta, non so se esista, non scrissi lettera all'indirizzo di lui.
«Ad avere altre commendatizie per Pistoletti, non che per il signor Gaetano Vittoriano, ricco negoziante a Tunisi e rappresentante la società Florio, scrissi due lettere al signor Francesco Cerra di Callavuturo. Egli rispondeva alla mia prima solamente con lettera firmata F. G. Mi diceva che avrebbe cercato di sapere se il Pistoletti facesse parte della sua Loggia Massonica, nel qual caso mi ci raccomanderebbe: mi parlava del felice arrivo in America di Valvo, Mesi, e Lo Cicero. Dirò due parole intorno all'origine ed entità dei miei rapporti col signor Cerra. L'incontrai per la prima volta, nell'inverno 1864-1865, nel bosco di Ganci da dove passavo con alcuni della mia banda, cioè: con Di Marco, D'Amico, Mamola, Riggio e Raja. Egli era con il suo campiere per nome Ciccio o Cicchitello. Ci avvicinammo, ci parlammo: mi disse che tutte le volte che mi trovassi nei dintorni delle sue masserie potrei andarci, o mandare per orzo, cibarie, e quanto m'occorresse. Accettai l'offerta, e me ne prevalsi più volte. L'incontrai una seconda ed ultima volta nell'aprile del 1865, sopra le case di S. Maria, mentre andavo a Garbonogara. Egli era accompagnato dall'istesso campiere. Mi parlò del furto di sei o sette cavalle, che poco prima era stato commesso nel feudo Ferricino appartenente all'amministrazione di Ferrandina di cui egli era a capo, e mi pregò a trovare il modo di fargliele riavere.
«Nel maggio e giugno dell'istesso anno, mentre ero nelle case della Lucania ricevei una lettera del Cerra, nella quale mi ripeteva la preghiera: risposi che avrei fatto il possibile per servirlo. Difatti avendo risaputo alcuni giorni dopo, che il furto delle cavalle era stato commesso da taluni della mia banda, li costrinsi a restituirle immediatamente.