«Il 25 novembre, mentre passavo davanti all'ufficio del Vice consolato Italiano in Susa, mi sentii chiamare dal cancelliere: salii: e stavo per domandargli in che potevo servirlo, quando quel Dragomanno che era un turco, con quattro sbirri ch'erano pure turchi, mi saltarono addosso, e con modi non umani ma turchi, cercavano di legarmi. Nego d'aver tentato di respingere quel puzzolente sudiciume; gridai però ch'ero italiano; che non ero in flagranza di reato, che anzi mi trovavo in territorio straniero, e in mancanza di trattati d'estradizione, non poteva mettermi le mani addosso nessuno, meno d'ogni altro poi i turchi. Ma quando venne il Vice console, e con parole e modi umani mi dichiarò che il mio arresto era stato ordinato con dispaccio del Console generale in Tunisi, davanti al quale avrei potuto far valere le mie ragioni, m'arresi, e c'intendemmo. Egli proibì a que' manigoldi di legarmi, e permise che libero, ma con coloro dietro, andassi a casa per dare assetto alla mia roba. Alla presenza di quei signori misi ogni cosa in una cassa, lacerai alcune carte di nessuna importanza, cioè canzoni e sonetti che solevo scarabocchiare nelle mie ore d'ozio, alcune bozze di lettere che avevo scritto per conto di qualche italiano mio vicino, e specialmente del muratore Pietro Lombardo, consegnai al Dragomanno un portafogli, dal quale non levai altro che sette napoleoni, e ciò col suo permesso. Sarebbe per lo meno errore il dire che in quella lacerazione ci sia stata sorpresa, proibizione; ci siano stati dissidi o che altro.
«Nel carcere di Susa ci stetti un giorno soltanto. Domandai l'occorrente per scrivere, e mi venne accordato. Stavo scrivendo una lettera a Bonifacio, nella quale l'avvertivo del mio arresto, e del sequestro delle sue lettere, quando mi piombarono un'altra volta addosso i prelodati Dragomanni e manigoldi, i quali, con modi pure prelodati me la strapparono di mano. Volevo avvertir Bonifacio, non perchè m'avesse assistito, dato mano, e consigliato nei miei misfatti, ma perchè non avesse a soffrire onta o danno per la mia amicizia.
«A Tunisi, dove stetti quattro o cinque giorni, scrissi una lettera al Console francese, vidi il Console generale italiano, che, con tratto gentile, mi notificò che il mio arresto era stato ordinato dal prefetto di Palermo, e che in questa città avrei potuto mettere in campo le ragioni intorno all'illegalità della mia cattura, o altro. Dal carcere di Tunisi vennero a levarmi un maresciallo e non so quanti carabinieri di qui. Nel viaggio da Tunisi a Palermo, i passeggieri al veder me gracile, smilzo, un vero fuscello di paglia, ma pure attorniato da molti armati, e carico di ferri, facevano le maraviglie, e qualcuno di essi sorrideva. Avrei sorriso anch'io se l'animo mio non si fosse trovato allora travagliato da tanti tristi pensieri! Dall'isola a cui m'avvicinava, ero partito pochi mesi prima, dopo d'avervi commessi tanti delitti, specialmente una grassazione e un sequestro che mi avevano fruttato assai bene: eppure ne partivo povero, miserabile! tutto il mio tesoro consisteva in trent'onze che avevo avuta poco prima da una mano caritatevole, per non dir paurosa e tremante…. Quanta morale in questo fatto! Tranne una briciola d'ingegno, che mi diede la madre natura, e un poco d'istruzione di cui sono obbligato ai prigionieri di S. Stefano, io sono un volgarissimo malfattore: eppure, con l'aver magnificato le mie azioni perverse, con l'avermi accollati dei pensamenti, e dei colori politici, che disgraziatamente non ebbi mai, con l'aver dato al mio arresto un'apparenza bellicosa, si riuscì a trarre la mia persona dal volgare, e a sublimare la mia tristizia…. Anche al malvagio qualche volta sorride la fortuna! Sì, da quest'isola a cui m'avvicinava, io era partito pochi mesi prima col rimorso, e colla speranza; e ora vi ritornavo con la rassegnazione, e con la confidenza nei miei giudici, e nel governo del re.
In questa sua propalazione particolarizzata minutamente, disse, che l'affare di S. Giovanni l'avevano proposto un prete e un galantomicchio; che il prete si chiamava don Giuseppe Rizzotto, che del galantomicchio aveva dimenticato il nome.
Il fulmine scoppiò in S. Giovanni con l'arresto del reverendo, il quale, vestito com'era in abito lungo, fu fatto passare per la piazza. Il degno sacerdote non aveva più l'aria dignitosa, e l'atteggiamento di martire che avevano imposto a' gonzi: andava livido, disfatto, a occhi bassi, tra uno stuolo di militi e carabinieri, proprio nell'attitudine d'un vero malfattore.
Lo condussero a Termini, e di là a Palermo, dove fu interrogato da un giudice istruttore, e gli fu notificato che sarebbe stato messo a confronto con don Peppino, il quale doveva farne la ricognizione.
Quel giorno domandò di travestirsi. Gli erano cresciuti i capelli, e un po' anche la barba; in abito civile, senza cappello, si sforzava a far l'indiano, Dio sa come, dentro in mezzo a tre o quattro altre persone pescate per figurare da comparse.
Restò di stucco quando il capo bandito, lento e grave, dopo aver squadrato ben bene que' signori, si avvicinò a lui, e disse:
—Se non erro, il prete di S. Giovanni di cui parlai nella mia propalazione, è quello che tocco con la mia mano destra.
E lui, a un tratto, sentì salirsi un'ondata di sangue al viso, e perduta la bussola, gridò con voce strozzata, e scotendo le mani in aria: