I tre velocipedisti, mettendo in opera i freni per impedire qualche pericoloso scivolamento che poteva produrre dei guasti al motore, giunsero felicemente nella pianura, la quale scintillava sotto i raggi dell’astro diurno, come un’immenso specchio.

La temperatura non era più rigida come sulla costa: oscillava fra i 3° ed i 5° centigradi sotto lo zero, accennando a rialzarsi allo zero, e qua e là si vedevano le tracce d’un imminente sgelo. Infatti dalle alture cominciavano già a scendere dei piccoli torrentelli che andavano a perdersi nella pianura e sotto al crostone di ghiaccio che copriva la terra, si udivano di quando in quando dei muggiti, che parevano prodotti dallo scorrere di grossi torrenti. Qua e là s’aprivano poi delle fessure, dei lunghi crepacci che dovevano però rinchiudersi durante la brevissima notte, e dovunque si udivano crepitii e detonazioni.

Quella pianura o meglio quel deserto di ghiaccio, era però affatto spopolato. Non si vedeva, su quella candida superficie, alcuna macchia oscura che indicasse la presenza di qualche foca o di qualsiasi altro animale. Solamente in aria volavano pochi Ænops aura, puzzolenti uccelli che cadendo vomitavano una tale quantità di sterco, da infettare l’aria per parecchio tempo.

— Ebbene, amici, cosa dite di questo viaggio? chiese Wilkye ai due velocipedisti.

— Che se non sopraggiungono delle disgrazie, noi vedremo ben presto il polo, disse Peruschi.

— Ed io dico che non ho mai viaggiato così comodamente, disse Blunt. Un viaggio di tremila miglia sui ghiacci!..... Tenterebbe molte persone, signor Wilkye.

— Lo credo, Blunt.

— C’è una cosa però che infastidisce, disse Peruschi. Il riflesso di questo sole accieca.

— Può produrre anche delle dolorose oftalmie, ma ho portato con me un ottimo rimedio. Aprite le borse appese ai vostri sedili e troverete parecchie paia di occhiali affumicati.

— È vero, rispose Blunt, ma vedo qui anche degli altri oggetti. Ecco qua un bicchiere, delle forchette e dei cucchiai di corno.