La notte fu terribile. Un vento furioso, che soffiava dal sud, spazzava con lunghi sibili il continente, sollevando turbinosamente la neve. La tenda fu abbattuta parecchie volte e gli esploratori furono costretti a vegliare gran parte della notte, esposti ad un freddo di -20° che li intirizziva.
L’indomani, essendosi calmato l’uragano e gelata la neve in causa di quel freddo acuto, tentarono di rimettersi in viaggio, ma dopo sessanta miglia, Peruschi, che già da qualche giorno accusava un profondo malessere ed una prostrazione generale, fu costretto a fermarsi.
Il disgraziato si sentiva completamente stremato di forze e la pelle del viso era cosparsa di macchie livide. Di più, si lamentava di dolori acuti alle gengive e la sua bocca tramandava un fetore insopportabile.
— È nulla, disse Wilkye, che pure era diventato pallido. Un po’ di riposo basterà per rimettervi.
Fece rizzare la tenda, consigliò il malato a coricarsi costringendolo a masticare alcuni pezzi di patata cruda che aveva preziosamente conservati ed alcune pastiglie di calce che teneva nascoste nel suo sacco da viaggio, poi traendo da parte Blunt, gli disse:
— La nostra situazione sta per diventare disperata: fra poco saremo costretti ad abbandonare le biciclette.
— Perchè, signore? La neve si è gelata e ci permetterà di continuare il viaggio.
— È vero, ma avremo un ammalato da portare e le biciclette ci saranno più d’impaccio che d’utilità.
— Dunque Peruschi?...
— È stato colpito dallo scorbuto e fra breve non potrà reggersi in piedi.