Il 10 la neve ricominciò a cadere, ma con furia estrema. Un vento impetuoso la sbatteva in tutti i versi, la sollevava in forma di fitte nubi e l’ammonticchiava qua e là, rendendo penosissima la marcia degli esploratori.

Wilkye voleva arrestarsi per concedere un po’ di riposo ai compagni, ma i due bravi giovanotti rifiutarono. Sentivano per istinto che i superstiti della Stella Polare non dovevano essere lontani.

Lottando energicamente contro la bufera che li incalzava e li gelava, tirarono innanzi con incredibile costanza, attraversando burroni, colline e avvallamenti profondi, essendo il paese diventato molto accidentato.

A mezzodì, mentre attraversavano un altro braccio di mare, abbatterono un’altra foca che si era smarrita fra la neve, senza essere più capace di ritrovare il buco che aveva scavato nel ghiaccio. Stavano per precipitarsi sull’anfibio per finirlo a colpi di scure, avendo continuato a dibattersi malgrado fosse stato toccato da due palle, quando fra i ruggiti della bufera udirono una detonazione, che pareva prodotta da un’arma da fuoco.

— Avete udito? chiese Wilkye, mentre Blunt spaccava il cranio alla foca.

— Si, disse Peruschi. Ho udito uno sparo.

— Che la spedizione inglese ci sia vicina? chiese Blunt.

— Da dove veniva quello sparo? chiese Wilkye a Peruschi.

— Mi parve che venisse dal nord-ovest, rispose il velocipedista.

— Dietro quelle alture?