Prevalse l’ultimo progetto, per non perdere la possibilità d’un incontro colle genti di Bisby, che forse stavano ancora cercando Wilkye ed i suoi compagni, prima di abbandonare definitivamente il continente.

Non vi era tempo da perdere. L’inverno incalzava, lo scorbuto poteva fiaccare i colpiti, e le provviste venire ridotte al zero.

Linderman, che dava segni di crescente pazzia, fu legato sulla lettiga, avendo Peruschi dichiarato di voler camminare; tre marinai che non potevano più stare in piedi furono caricati sulla slitta, la scialuppa che era ridotta in uno stato deplorevole fu sfondata per aver almeno un po’ di legname, e la piccola carovana si mise in marcia verso il nord-ovest, affondando in mezzo alle nevi che non s’erano ancora congelate.

Tutti lavoravano con suprema energia: Wilkye e un marinaro mezzo invalido spingevano la lettiga; Blunt, Peruschi e gli altri trascinavano la slitta, facendo sforzi disperati per non perder tempo.

Avevano già percorso dodici miglia, quando Blunt, che stava dinanzi a tutti, s’arrestò bruscamente, abbandonando la corda della slitta.

— Fermi tutti!... esclamò. Presto, datemi un fucile!...

— Avete scorto qualche foca? chiese Wilkye, accorrendo con due carabine.

— Non lo so, signore, ma laggiù vi è qualche cosa che si agita fra la neve. Guardate là, presso quell’hummok.

Wilkye guardò nella direzione indicata e con sua gran sorpresa vide una massa che pareva enorme, brunastra, che si avvoltolava nella neve. Sembrava che facesse sforzi disperati per rialzarsi, ma subito ricadeva.

— Che sia un orso, signor Wilkye? chiese Blunt.