— Eh mio caro!... gridava. Non ti lascio più e ti strozzerò!... Ah! birbante!... Volevi spaccarmi il cranio come fosse una nocciuola?... Soffoca, canaglia!...

L’albatros, strangolato dalle larghe mani dell’americano, rallentava la sua resistenza. Le sue grida diventavano sempre più rauche, le sue potenti ali non si agitavano che ad intervalli, ed il robusto becco invano si apriva per aspirare una boccata d’aria.

Ad un tratto cessò di dibattersi e s’abbandonò addosso a Bisby, il quale affondò sotto quel peso piombatogli improvvisamente sul capo.

Tornato a galla, vide l’albatros che galleggiava a pochi passi di distanza. Mandò un grido di gioia.

— Il punto d’appoggio è finalmente trovato!...

Con due bracciate raggiunse il gigantesco uccello e vi si appoggiò, senza che quello affondasse. Era tempo! Il povero negoziante di carni salate che si trovava da oltre mezz’ora immerso in quell’acqua fredda, non poteva più reggersi. Le sue membra che a poco a poco si irrigidivano cominciavano a rifiutarsi di muoversi, e le sue vesti, già completamente inzuppate, erano diventate così pesanti, da impedirgli di mantenersi a galla.

Malgrado avesse trovato quel punto d’appoggio, la sua situazione era sempre gravissima e poteva diventare disperata. La nebbia calava sempre più densa, l’oceano non accennava ancora a diventare tranquillo, il freddo cresceva di momento in momento e la Stella Polare non compariva.

Sinistre inquietudini l’assalivano; si credeva ormai abbandonato in mezzo all’oceano Australe. Cosa sarebbe avvenuto di lui, se non incontrava un’isola o uno scoglio qualsiasi? Avrebbe potuto resistere quattro, cinque ore forse, ma poi?...

— Se la Stella Polare non mi trova, fra breve sarò morto, balbettò il disgraziato. Sento il freddo salirmi al cuore e non posso più reggermi. Dannata balena!... Se...

S’interruppe bruscamente e tese gli orecchi. Gli era sembrato di aver udito una lontana detonazione.