I naufraghi della giunca, che ormai se ne ridevano dei furori della natura sconvolta, dormirono placidamente nella loro scialuppa, sotto una grande tela cerata e la vela, che li proteggevano dalla pioggia e dagli spruzzi delle onde.

Non si svegliarono che dopo le 9 del mattino, nel momento in cui la tempesta perdeva rapidamente la sua forza.

Le nubi sparivano verso il nord, in direzione dello stretto di Torres e della Nuova Guinea o Papuasia, spinte innanzi dalle ultime raffiche, ed uno splendido sole brillava verso la costa australiana, indorando le onde del golfo di Carpentaria, le quali però non si erano ancora calmate.

Fra gli alberi di cocco che crescevano sull’isola, battaglioni di pappagalluzzi verdi e rossi, di loris colle penne cremisine e le gole nere e di piccoli pardalotus colle penne grigie striate di giallo, cinguettavano o chiacchieravano allegramente, salutando il sole, mentre alcune bernicle jubate, brutti e sgraziati volatili, grossi come piccioni, con un collo lungo e sottile, le piume nere e bianche e le zampe palmate, volavano agilmente sulle onde o sopra le scogliere, cercando i granchi ed i pesciolini.

— Zio mio! esclamò Hans, che si era arrampicato sull’isolotto. T’invito a colazione.

— Hai trovato qualche animale?... Io lo dubito, non vedendo che degli uccelli.

— Vedo delle noci di cocco che ci daranno un latte delizioso.

— Che non rifiuteremo, Hans. Prendi una scure, vecchio Horn e andiamo a far cadere qualche noce.

— Ve ne sono però poche assai, signor Stael, disse il marinaio. Che degli australiani siano venuti qui a raccoglierle?

— No, le avranno mangiate i granchi ladri; vedo qui una noce vuota e semi spezzata e le traccie di quei crostacei impresse su questa leggiera sabbia.