— Non lo so, ignorando perfino come si chiami questo corso d’acqua. Procederemo però con prudenza e se vediamo un villaggio ci affretteremo a nasconderci nei boschi.
— Mi pare che il fiume descriva lassù una curva, disse Wan-Horn.
— Meglio per noi; sfuggiremo più facilmente agli sguardi dei pirati. Avanti e non perdete di vista le due sponde.
Il fiume conservava sempre la sua larghezza di cinquanta o sessanta metri, ma era scarso d’acqua e seminato di banchi sabbiosi che i naufraghi erano costretti ad evitare.
Le due sponde erano coperte di alberi enormi e così addossati gli uni agli altri, da rendere quasi impossibile il passaggio. Si vedevano i giganteschi tek lanciare i loro grossi tronchi a sessanta metri d’altezza, sostenendo delle reti di liane e di nepentes; dei mangostani, somiglianti ai nostri olmi, ma carichi di frutta grosse come aranci, colla buccia bruno-violetta, delicatissimi e squisiti a mangiarsi; dei superbi artocarpi, detti anche alberi del pane, le cui frutta danno una polpa giallastra la quale si cucina sui carboni e che ha il sapore di certe specie di zucche e dei carciofi; delle magnifiche arenghe saccarifere, specie di palme con lunghe foglie piumate, le quali danno il gomiti, ossia una specie di crine vegetale che viene adoperato nella fabbricazione di certe stuoie assai pieghevoli, mentre incidendo il tronco dell’albero si ricava un liquido assai dolce, che può convertirsi in zucchero; degli alberi di cocco pure carichi di frutta, poi numerosi gambir, piante arrampicanti che danno un liquido molto attaccaticcio, adoperato con molto successo per fissare i colori sui tessuti di lusso e specialmente sulle sete; poi casnarine, alberi della gomma e bambù che formavano delle vere piantagioni.
In mezzo a quelle piante si vedevano svolazzare bande di splendidi uccelli, pappagalluzzi grossi come un gabbianello, coi becchi gialli, pappagalluzzi rossi e neri forniti di lunghe code gialle appartenenti alla specie dei charmasirra papua; poi dei promerops superbi, grossi come un piccione, colle penne nere ma che sembrano di velluto, la coda lunga e larga adorna, superiormente, d’uno stravagante ciuffo, e alcuni di quei magnifici cicinnuros regii, grossi come un merlo, ma colle penne scintillanti dei più bei colori che immaginare si possa. Sembrano fiori svolazzanti o meglio ancora gemme mescolate confusamente e gettate in aria, avendo riflessi rossi come i rubini, verdi come gli smeraldi, e gialli come l’oro o argentei.
Se abbondavano le piante e gli uccelli, mancavano però assolutamente gli uomini, poichè non si scorgeva alcun isolano su quelle rive. Erano approdati, i naufraghi della giunca, su di una costa deserta? Bisognava crederlo, ma per questo non erano inquieti, anzi tutt’altro, non potendo sperare alcun aiuto da parte di quegli abitanti, anzi avendo molto da temere invece.
Alle due, a circa tre miglia dalla foce, il capitano fece accostare la scialuppa alla sponda più vicina per dare un po’ di riposo ai rematori e per allestire la colazione, non avendo ancora avuto il tempo di rosicchiare un biscotto.
Non osarono però accendere il fuoco, per non attirare l’attenzione dei selvaggi che potevano accampare in mezzo a quei fitti boschi, e s’accontentarono d’alcuni biscotti e di una scatola di aringhe affumicate, alle quali aggiunsero alcuni durion, frutta squisitissime, grosse come la testa d’un uomo, armate esteriormente di spine assai acute, ma contenenti nell’interno dei semi avviluppati in una polpa bianca, delicata come una crema, ma che tramanda uno sgradevole odore di cacio marcio. Per chi non è abituato a quell’odore, riesce difficile il mangiare quelle frutta, ma quale squisitezza quando s’inghiottono! Sono senza dubbio le migliori di tutte, superiori perfino agli ananas ed ai mangostani.
Alle quattro, non vedendo nulla di sospetto sulle due rive, e volendo frapporre una notevole distanza fra loro ed i pirati, che forse avevano ripreso l’inseguimento, ripartivano salendo il fiume il quale non accennava ancora a restringersi.