I papù in generale sono male armati e non possono resistere ad un attacco degli uomini bianchi muniti di buoni fucili; ma se i loro archi sono di poca efficacia, le loro mazze, ruvidi bastoni malamente lavorati, e le loro lancie poco meno che inutili avendo per lo più le punte di osso, posseggono però un’arma che produce ferite mortali e che si presta molto nelle guerre d’imboscate.
Non è certo di loro invenzione avendola probabilmente appresa dagli isolani malesi e specialmente bornesi, ma se ne servono con abilità straordinaria: è la cerbottana o, come la chiamano i malesi, la sumpitan.
È un tubo di bambù lungo generalmente un metro e mezzo, di legno duro, trapanato con un ferro appuntato, ma con molta precisione, dovendo il foro interno essere rigorosamente eguale.
In questo tubo introducono un cannello di bambù od un nervo di foglia munito superiormente d’una spina lunga ed assai acuta, e inferiormente d’un tappo a cono di midolla vegetale, che corrisponde al calibro dell’arma.
Soffiando entro la cerbottana, la freccia, spinta dall’aria, esce e s’innalza per quaranta ed anche cinquanta metri, colpendo l’uccello, o il nemico imboscato, con una precisione straordinaria.
L’uomo, o l’animale, o il volatile toccato, non ha scampo e morranno fra pochi minuti, perchè le punte della freccia sono tinte nel succo dell’upas, uno degli alberi più venefici che esistono.
Appena ricevuta la ferita, l’uomo prova tosto un tremito convulso, il polso si accelera, poi prova una debolezza estrema, un’ansietà angosciosa, respirazione difficile, spasimi, vomiti, espulsioni fecali, convulsioni tetaniche e quindi spira dopo dieci o quindici minuti.
Sembra che quel veleno agisca sul sistema circolatorio e sul sistema nervoso.
Altre volte invece quelle freccie sono tinte nel succo del cetting (strichnos tientè), pianta arrampicante più velenosa ancora dell’upas, poichè la morte è più rapida, quasi fulminante.