Un negro orribile, che tramandava un acuto odore d’ammoniaca, era improvvisamente comparso dietro ad una scogliera che si prolungava verso la sponda settentrionale della baia.

Era di statura poco superiore alla media, ma di una magrezza spaventosa, tale che si potevano contare le sue costole; aveva però il ventre sporgente, ma le sue gambe, che erano mancanti dei polpacci, parevano bastoni ricoperti di cuoio.

Il suo viso rassomigliava più a quello d’una scimmia che a quello di un essere umano. La sua testa era schiacciata, la sua fronte depressa, il naso camuso, le mascelle sporgenti, gli orecchi larghi, gli occhi piccoli che scintillavano stranamente e una bocca così grande che gli fendeva più di mezzo viso.

Delle strane pitture a colori svariati coprivano la sua pelle cuprea, e dei tatuaggi assai marcati, rilevati in forma di piccole labbra, ornavano il suo corpo.

Quel selvaggio ributtante si sbarazzò d’una pelle di kanguro che coprivagli le spalle e parte dei suoi lunghi e ruvidi capelli, ed impugnando, con aria comica, una piccola lancia colla punta d’osso e adorna d’un ciuffo di penne variopinte, s’avanzò verso i pescatori, fermandosi a dieci passi dai fornelli.

— Cosa vuole quel brutto antropofago? chiesero Hans e Cornelio, mentre i chinesi operavano una prudente ritirata verso le scialuppe.

— Verrà ad intimarci di partire, disse il capitano. Questi luridi selvaggi pretenderebbero che nessun straniero venisse a pescare presso le loro coste, ma quel campione della razza australiana s’inganna se crede che io me ne vada.

— M’incarico io di mandarlo alla sua tribù con un calcio, disse il vecchio Wan-Horn. Non mi fa paura la sua lancia, capitano Stael.

— Vediamo un po’, signor selvaggio, disse il capitano avanzandosi verso di lui, quali sono le vostre pretese.