— Il figlio di Uri-Utanate è un guerriero.
— Andiamo adunque, disse il marinaio.
Il sole cominciava a spuntare, indorando le cime degli alberi giganti e svegliando gli uccelli, i quali cominciavano a cicalare svolazzando di ramo in ramo.
Grandi stormi di charmascyna papua e di eos sanamata dalle penne rosse, gialle e nere chiacchieravano scaldandosi ai primi raggi dell’astro diurno, mescolati a truppe di cicinnuras regia col dorso rosso cupo scintillante e ondulato, di parozie del paradiso splendidissime, nere come il velluto, colle penne semi-arricciate, con una specie di collare d’un verde smeraldo ed il capo sormontato da cinque barbe lunghe venti centimetri e terminanti in un fiocco, a coppie di uccelli grossi come piccioni, colle penne che sembravano di seta nera con un collare che si rialzava in forma di quello che usavano i cavalieri spagnuoli del secolo XIV, vagamente screziato d’oro, e certe code lunghe cinque volte più del corpo, leggermente arcuate. Si vedevano pure altri uccelli più piccoli, pure neri, ma con onde color marrone, con due piccole ali sotto il collo a riflessi verde-dorati, ma che dovevano servire di puro abbigliamento, possedendo le altre due maggiormente sviluppate e più perfette.
Il papuaso, Cornelio e Wan-Horn non si arrestavano ad ammirare quei superbi uccelli e affrettavano il passo per giungere presto al boschetto di noci moscate, sperando di ritrovare colà il capitano, Hans e il chinese.
Erano però costretti a fermarsi ogni qual tratto per aprirsi il passo attraverso le liane che impedivano a loro di avanzarsi, ritardando la loro marcia. Per maggiore disgrazia, verso le dieci del mattino giungevano sul margine di una vera selva di piante arrampicanti, ma così fitte, così ammucchiate le une addosso alle altre, da non potersi attraversare senza immensa fatica.
— Cosa sono? chiese Cornelio a Wan-Horn.
— Piante di pepe, rispose il marinaio. Vi sarebbe da riempire di semi la stiva d’una nave di trenta tonnellate.