Questo è il pepe nero, ed è il migliore; quello bianco invece si ottiene in un altro modo. Si lascia maturare fino ad un certo grado, poi si mette a macerare uno o due giorni in una soluzione di acqua e di calce, spogliandolo in tal modo delle parti esterne del pericarpo, poi si fa asseccare come l’altro. Questo pepe è meno forte e meno aromatico e la sua azione è meno attiva.
Quello che cresce nella Nuova Guinea, nelle Molucche e isole vicine, ha grappoli lunghi un pollice, grossi come una piccola penna da scrivere e le bacche sono grigie. Il sapore di queste è più acre e meno grato del pepe che si raccoglie nell’India, ma l’odore è eguale.
Quello coltivato nella Giamaica, e che viene chiamata pimento o pepe garofolato dagli inglesi, dà le bacche grosse come un pisello, rugose, d’un color grigio-rossastro. È più aromatico del nero, avendo il profumo della cannella e del garofano, ed è ugualmente piccante.
Il pepe di Caienna, che è il più forte di tutti, tanto che non lo si può inghiottire se non si è abituati, è una capsula prodotta da una pianta speciale che è ben diversa dal pepe comune, chiamata capsicum baccatum.
È strano che questo misero granello abbia potuto mettere in comunicazione, in tempi anche molto antichi, le genti dell’Europa con quelle dell’India! Infatti anche al tempo dei romani, era un articolo importantissimo e si mandavano in quelle lontane regioni indostane degli uomini ad acquistarlo.
Si pagava però molto caro allora, a peso d’oro e d’argento, ed è rimasto il proverbio: caro come il pepe. Serviva perfino d’imposta ai vinti ed ebbe l’onore di servire di riscatto a Roma.
Il papuaso, Cornelio e Wan Horn, sternutando fragorosamente e continuamente, essendo il suolo sparso di bacche già mature esalanti acri odori, si dibattevano furiosamente in mezzo a quelle migliaia di tronchi contorti ed arruffati, atterrandoli, recidendoli colla scure o strappandoli per farsi un po’ di largo.
Procedevano però con molta lentezza ed erano costretti ogni qual tratto a riposare ed a tergersi il sudore che li inondava, facendo un caldo insopportabile sotto quegli ammassi di vegetali.
Verso la una però, le piante cominciarono a diradarsi e poco dopo i naufraghi riguadagnavano la grande foresta.
— Era tempo! esclamò Cornelio, fra uno sternuto e l’altro. Là dentro si correva il pericolo di soffocare.