— Fumo come una zolfatara, disse il marinaio. Se non sono cotto, poco ci manca.

— Ci riposeremo un po’ all’ombra di quell’arecche, Wan-Horn.

Stavano per dirigersi verso l’albero, quando videro il papuaso celarsi rapidamente dietro ad un cespuglio.

— Cosa succede?... Che vi siano gli Arfaki? chiese Cornelio, guardando intorno.

— Non vedo nessuno, rispose il marinaio.

Ad un tratto s’abbassò bruscamente, facendo segno a Cornelio d’imitarlo.

— Cos’hai veduto? gli chiese il giovanotto.

— Sta per giungere una splendida colazione, rispose il marinaio. Guardate lassù, su quell’albero: ah! come sono belli!...

Cornelio guardò in alto e non potè trattenere un grido di meraviglia.

Quindici o venti uccelli si erano posati su d’un grosso ramo e saltellavano, scaldandosi ai raggi del sole, ma quali splendidi volatili!... Tutte le tinte dei tessuti più splendidi, tutti i riflessi metallici, tutti i colori del prisma si confondevano sulle loro penne.