Erano un po’ più grossi dei piccioni, quasi come una gallina faraona, colla testa giallo-dorata sopra, verde-dorata sotto, il dorso color marrone con ondeggiamenti leggermente dorati, la coda arricciata e di sotto le loro ali sfuggivano, d’ambe le parti, due grandi ciuffi di penne leggiere, morbidissime, giallo-pallide, con riflessi argentei.
In mezzo ai raggi di sole, che facevano scintillare tutte quelle splendide tinte, non parevano più uccelli, ma stravaganti mazzi di fiori cosparsi di pietre preziose.
— Che superbi volatili! esclamò Cornelio. Non ne ho mai veduti di più belli, nè credo che ne esistano in altri paesi.
— È vero, signore, disse Wan-Horn. Questi superano tutti e non hanno avuto torto a chiamarli uccelli del paradiso.
— Ah! sono i famosi uccelli del paradiso?...
— Sì, signor Cornelio.
— Se sono così belli, non devono esser cattivi allo spiedo, Wan-Horn.
— Sono deliziosi, anzi profumati, nutrendosi di noci moscate e di fiori del garofano, e poi il nostro amico papuaso sarà ben contento di tenersi le penne. Guardate con quali occhi spia quegli uccelli.
— E cosa farà delle penne?
— Ve lo dirò dopo: facciamo fuoco, prima che fuggano.