Il marinaio, furioso, temendo di non poter assaggiare il miele, nè di fare le sue ciambelle, cercava di scuotere l'albero per costringere l'orang a scendere, ma invano.

Il veneziano ed il mozzo invece ridevano a crepapelle.

— Basta, goloso! — continuava a urlare il marinaio. — Scendi o ti mando a raggiungere tua madre con una freccia che ti farà crepare. Scendi, ladrone ingordo! —

Il mias continuava a rimanere sordo a quella tempesta d'invettive e di minaccie ed il marinaio s'arrabbiava maggiormente, credendolo occupato a rimpinzarsi di miele.

— Addio, ciambelle, — diceva il mozzo, sempre ridendo. — Questa volta è lo Sciancatello che si mangia il dolce.

— Terremoto di Genova! — tuonò il marinaio. — Gli darò tale lezione da fargli vomitare tutto il miele!... Gli fracasserò le ossa!...

— Eccolo che scende, — disse Albani. — Pare che abbia terminato la colazione. —

Infatti lo Sciancatello scendeva attraverso i rami e le foglie, ma senza fretta. Pareva che fosse imbarazzato a portare qualche cosa, perchè con una mano sosteneva un voluminoso pacco.

— Cosa rimorchia quel gaglioffo? — chiese il marinaio.

— Ci porterà la cera colla quale faremo delle buone candele, — disse il Piccolo Tonno.