Succhiata la ferita, mezzo eroico ma pericolosissimo, poichè poteva bastare una ferita impercettibile alle labbra o alle gengive per avvelenare il generoso uomo, impugnato il coltello aveva fatto sul polpaccio morsicato una profonda incisione in forma di croce.
Colle dita allargò il taglio facendo, con un'energica pressione, schizzare fuori il sangue, poi raccolta la torcia che era ancora accesa e la cui punta era ormai un carbone ardente, l'applicò sull'incisione.
Il marinaio, sentendosi bruciare la viva carne, trabalzò come fosse stato toccato da una scarica elettrica di grande potenza, urlando con voce rotta:
— Cosa.... fate.... signore!...
— Calmati, Enrico, cerco di salvarti, — rispose Albani con voce commossa.
— Mi.... calcinate.... le carni.... signore....
— È necessario, amico mio. —
Il marinaio si dibatteva, ma il veneziano lo teneva come inchiodato colla sua destra, mentre colla sinistra continuava a bruciare le carni.
— Terremoto.... basta! — urlò il marinaio.
— Sì, basta, — rispose l'Albani, ritirando la torcia.