Riempiti moltissimi recipienti, un mattino attaccarono il babirussa alla loro carretta già ben carica e si misero in cammino per la costa orientale, fiancheggiando il margine della foresta.

Mezz'ora dopo giungevano dinanzi alla caverna, la cui entrata era stata ormai interamente coperta dalle piante arrampicanti.

Procedendo con precauzione, per tema di trovare qualche altro cobra-capello, spostarono la cortina vegetale e s'inoltrarono nel corridoio con una candela accesa. Giunti nella prima caverna, il mozzo che li precedeva, s'arrestò bruscamente esclamando:

— Mille bombarde!... Degli scorpioni!... Alziamo i tacchi!

— Al diavolo le bestie velenose!... — urlò il marinaio, girando velocemente sui talloni. —

Il signor Albani aveva fatto qualche passo indietro, temendo di trovarsi dinanzi a dei veri scorpioni velenosi, ma abbassata la candela che portava, vide invece un centinaio di animaletti neri, assai più piccoli degli scorpioni ma che pure si raddrizzavano agitando minacciosamente le loro zampette anteriori.

— Ehi!... Marinaio!... Piccolo Tonno! — gridò.

— Fuggite, signore, — risposero Enrico ed il mozzo, che si trovavano già fuori.

— Ma no, amici miei, non sono scorpioni e non vi è alcun pericolo. —

I due marinai, sapendo per prova che il signor Albani non s'ingannava mai, rientrarono, ma con una certa prudenza.