Di tratto in tratto sospendevano il fuoco e percuotevano l'ammasso con dei grossi rami o con dei tronchi d'albero e quegli urti cagionavano maggiori danni delle palle, poichè sconquassavano i macigni semi-infranti.
I tre Robinson che cominciavano ad inquietarsi, tardando l'uragano a scoppiare, si erano collocati dietro i due angoli della caverna, per non farsi fracassare dai grossi proiettili della spingarda e spiavano il momento opportuno per lanciare sugli assalitori le loro frecce mortali. Anche Sciancatello si era unito a loro, tenendo in mano un grosso bastone, arma formidabile nelle sue robuste mani.
Al di fuori il tuono brontolava sempre e si udivano le onde a infrangersi con crescente furore contro la base della rupe, ma il vento non si era ancora scatenato. Solamente delle raffiche si rovesciavano, a lunghi intervalli, sull'isola.
Ad un tratto i macigni, frantumati e sconnessi dalle palle, cedettero sotto un ultimo e più vigoroso urto, operato forse con un tronco d'albero di gran mole, spinto a tutta forza dagli assalitori che dovevano essere numerosi.
Una breccia s'aprì presso la vôlta della galleria, proiettando nella oscura caverna un getto di luce. Alcuni fucili furono introdotti e fecero una scarica, scrostando la parete opposta.
Il marinaio e Albani, pronti come il lampo, appena videro ritirarsi le armi, puntarono le cerbottane, lanciando attraverso a quella breccia due frecce.
Un urlo acuto li avvertì, che i loro proiettili non erano andati perduti.
— Ecco uno che non ci seccherà più, — disse il marinaio, lieto di quel primo successo. — Avanti a chi tocca! —
I pirati, sorpresi da quella resistenza e resi guardinghi da quelle frecce che sapevano ormai essere avvelenate, avevano sgombrato rapidamente l'entrata della galleria.
— Occupiamo il posto, — disse Enrico.