Il marinaio s'alzò di scatto gettando all'intorno uno sguardo inquieto. Quella nota gutturale, breve, l'aveva udita ancora: era il grido della tigre.

— Mille terremoti!... — esclamò, impallidendo. — Ecco un vicino molto pericoloso, che starebbe bene a casa di messer Belzebù!... Se si avvicina, non so se la nostra scure ed i nostri coltelli potrebbero impedirgli di divorarci!... Avessimo almeno delle lancie!... To'!... E perchè no? La cosa mi sembra possibile! —

I suoi sguardi erano caduti sulla legna raccolta che doveva alimentare il fuoco, in mezzo alla quale aveva scorto due giovani bambù lunghi due o tre metri, canne leggiere bensì, ma d'una resistenza a tutta prova e che gl'indiani ed i giavanesi adoperano per fabbricare le aste delle loro picche.

— Ecco quanto mi occorre per avere una buona arma superiore alla scure, — disse.

Afferrò una di quelle canne, la spogliò delle foglie, estrasse da una tasca una funicella ed in pochi istanti legò solidamente il suo coltello all'estremità di quell'asta.

Aveva appena terminato, quando vide uscire da una folta macchia un'ombra, la quale s'avanzava verso il fuoco con grande lentezza, mostrando due occhi che avevano dei bagliori verdastri. S'alzava, si abbassava fino a toccare col ventre la terra, poi s'arrestava come se fosse indecisa o fiutasse l'aria, poi si stirava come un gatto e agitava la sua lunga e sottile coda.

Pareva però che non avesse molta fretta ad avvicinarsi al campo, tenuta forse in rispetto dal fuoco, il quale proiettava sulle piante vicine dei riflessi sanguigni.

— Una tigre od un grosso gatto selvatico? — si chiese il marinaio, le cui inquietudini aumentavano. — Diavolo! La cosa diventa seria e mi pare che valga la pena di tirare le gambe ai compagni. —

Scivolò rapidamente sotto la tenda e scosse vigorosamente Albani ed il mozzo, dicendo:

— Presto, uscite!... Un grave pericolo ci minaccia.