— Un'altra pianta velenosa? — chiese il marinaio.
— Sì, Enrico, e forse più terribile, poichè si dice che il succo introdotto nella circolazione del sangue ha un effetto più rapido producendo il tetano e quindi la morte. Tu raccogli le foglie del gambir, mentre io mescolo al succo dell'upas alcune goccie di questo cetting (strichnos tientè). —
Fece un'incisione nell'arbusto che si era attortigliato attorno ad una palma sontar e lasciò che l'umore lattiginoso si mescolasse con quello dell'upas, mentre i marinai facevano un'ampia provvista di foglie di gambir.
Quand'ebbero terminato lasciarono la foresta, non senza aver prima fatta raccolta di frutta di durion e di grossi aranci.
Ritornati alla capanna e rifocillatisi alla meglio con ostriche, crostacei e frutta, il signor Albani si mise al lavoro per preparare le armi.
Espose al sole il veleno perchè si condensasse, mise a bollire nella pentola le foglie di gambir dalle quali si estrae, dopo sessanta ore di cottura, quella sostanza bruno-scura, di consistenza elastica, conosciuta in commercio col nome appunto di gambir e che viene impiegato per fissare i colori, specialmente sulle stoffe di seta, ma che i bornesi ed i malesi adoperano invece per far meglio aderire i succhi velenosi alle loro armi ed alle loro freccie.
Ciò fatto fece accendere un grande fuoco e mise ad arroventare due delle sbarre di ferro dei pennoni, scelte fra le più regolari e le meno grosse.
— Ma cosa fate? — chiedeva insistentemente il marinaio, il quale seguiva con viva curiosità quelle diverse operazioni, ma senza capire gran cosa.
— Aspetta un po', — rispondeva il bravo veneziano.
Aveva tagliato da una pianta dei rami che avevano un diametro di tre centimetri, una lunghezza di un metro e mezzo, rigorosamente diritti, e li aveva spogliati accuratamente dalle foglie.