— Certo, amico mio.
— Ma gli animali colpiti dalle frecce avvelenate, si possono mangiare?...
— No, ma adopereremo delle frecce non avvelenate. Basta: continuiamo il nostro lavoro. —
Il signor Albani aveva raccolto delle canne sottili di giovani bambù e le aveva tagliate, dando a ciascuna una lunghezza di venti centimetri. Adattò all'estremità di ognuno uno spino assai acuto fornitogli dai bambù selvaggi e all'altra una specie di tappo di midolla vegetale, in forma di cono, del calibro della canna delle cerbottane.
Prese le sue armi ed i suoi dardi ed invitò gli amici a seguirlo. Presso un macchione di palme una banda di kakatoe nere, splendidi uccelli grossi come un gufo, col capo sormontato da un ciuffo di piume, stava appollaiata fra i rami, cicalando a piena gola.
Il veneziano introdusse una freccia nella cerbottana, accostò questa alle labbra e dopo d'aver mirato con grande attenzione, soffiò con forza.
Il leggiero dardo s'innalzò rapidamente e andò a colpire una delle più grosse kakatoe. L'uccello, ferito sotto la gola, con una precisione così straordinaria che indicava come il cacciatore fosse già assai esperto nel maneggio di quell'arma, interruppe bruscamente i suoi cicalecci e cadde a terra starnazzando disperatamente le ali.
Il mozzo fu lesto a raccoglierlo e scappò verso la capanna gridando:
— Vado a metterlo allo spiedo.
— Che colpo maestro!... — esclamò il marinaio, la cui sorpresa non aveva più limiti. — Ma voi avete adoperato ancora queste canne?