— Che noi sfrutteremo, marinaio, — disse Albani. — Mano alla scure e abbattiamo uno di questi alberi.
— E lo zucchero?... — chiese il mozzo.
— Per ora cerchiamo di procurarci il pane; un altro giorno avremo lo zucchero o anche il tuwak. —
Il marinaio afferrò la scure e intaccò l'albero più grosso, vibrando colpi formidabili. La corteccia era dura ma il genovese aveva i muscoli solidi e dopo un quarto d'ora la pianta rovinava al suolo con grande fracasso.
Il signor Albani mostrò ai suoi compagni una massa biancastra, farinosa, racchiusa nella corteccia dell'albero.
— Ecco il nostro frumento per fare il pane, — disse. — A me ora la scure: bisogna tagliare la pianta in varii pezzi per estrarre la fecola. —
Si mise a maneggiare l'arma con grande vigore, tagliando l'albero in pezzi lunghi un metro. Il marinaio di quando in quando lo surrogava nell'aspro lavoro.
Quand'ebbero ottenuto sette cilindri di lunghezza quasi eguale, il veneziano, che pareva fosse instancabile, tagliò un grosso ramo che doveva servire come di pestello, e si mise a percuotere con grande forza la fecola racchiusa in quei tronchi, facendola uscire.
Il mozzo, che aveva trovate varie foglie di banani selvatici di grandi dimensioni, la raccoglieva con molta cura. Quella sostanza farinosa però non era ancora adoperabile, poichè si trovava mescolata a fibre vegetali che dovevano essere eliminate.
Quando il sole tramontò, possedevano già oltre cento chilogrammi di fecola. La impacchettarono nelle foglie e ritornarono alla capanna carichi come muli, ma contentissimi di possedere quella preziosa provvista che prometteva del pane sostanzioso, se non delizioso, come quello che si ottiene colla farina di frumento.