— Proviamo a riguadagnare le rive del fiume.

— Non domando di meglio, ma.... zitto!... Non hai udito un grugnito?

— Diavolo!... ancora i pecari?

— O qualche altro animale.

— Sarebbe il benvenuto, dottore. Sento l’ora della colazione.

— Avanziamoci con precauzione. Sento che i grugniti vengono da quel macchione di palme tucum.

Armarono i fucili e s’inoltrarono senza far rumore, attraverso agli alberi ed ai cespugli, girando lentamente attorno ai tronchi per tema di trovarsi improvvisamente dinanzi a qualche formidabile fiera.

Avevano percorso una trentina di passi, quando giunsero sull’orlo d’una piccola radura in mezzo alla quale alzavasi solitario un enorme summameira (eriodendron summauma), albero di proporzioni gigantesche, coi rami assai nodosi e perfettamente simmetrici, il tronco sorretto alla base da speroni naturali e da specie di contrafforti che si staccano dall’albero a otto o dieci piedi d’altezza, scostandosi dalla base in modo che parecchi uomini possono trovare rifugio sotto quegli scompartimenti.

Quel colosso torreggiava sopra tutti gli alberi della grande foresta, ma quello che destava sopratutto sorpresa, erano delle strane costruzioni che s’ergevano attorno alla base.

Erano dieci o dodici coni di terra che pareva fosse stata prima masticata per unirla per bene, situati gli uni accanto agli altri, d’una grossezza ragguardevole e d’uno spessore notevolissimo a giudicarlo a colpo d’occhio. Al dottore non ci volle molto a riconoscere cosa erano.