— Peggio che peggio; non hanno bocca o, per meglio dire, se l’hanno, non possono aprirla.

— È strano!... Ma che paese è mai questo?...

— Molto diverso dal tuo. Andiamo a vedere cosa fa il nostro orso. Lascia andare il fucile; per ucciderlo basterà adoperare il calcio.

Girarono attorno all’albero gigante e si trovarono dinanzi ad un animale coperto d’un lungo pelo bruno, diviso obliquamente da striscie di pelo bianco e nero, e che stava sgretolando, con delle lunghe unghie che sembravano robustissime, uno di quei coni.

Vedendo i due cacciatori si rizzò di colpo sulle zampe posteriori, riparandosi dietro ad una lunga coda che somigliava ad una gigantesca piuma di struzzo e che teneva tesa innanzi a sè verticalmente, poi alzò le zampe anteriori mostrando gli acuti artigli.

Il dottore, per nulla intimidito da quella posa minacciosa, gli si avventò contro e lo percosse sul cranio col calcio del fucile, uccidendolo.

— Guardalo, Alonzo, — disse poscia, rivolgendosi verso il giovanotto. — Questi animali meritano di venire osservati.

XII. Smarriti nella foresta vergine.

Gli orsi formichieri, che gli americani del Sud chiamano comunemente tamanduà, sono senza dubbio gli esseri più strani ed i più curiosi della famiglia degli orsi. La loro taglia è molto inferiore a quella dei loro congeneri, se non in lunghezza, misurando ordinariamente un metro e mezzo, almeno come mole, essendo molto più esili, più bassi, avendo le gambe corte, e molto meno robusti.

Non hanno pelo, hanno invece delle vere setole come i maiali, ma assai più lunghe, una coda che eguaglia la misura del corpo e fornita d’abbondante pelo, ma molto sottile e leggiero, una testa assai allungata e sottile che termina non in una bocca, ma in un tubo da cui esce una lingua assai lunga, quasi circolare, cosparsa d’una materia assai attaccaticcia.