— Ecco quello che ignoro, — rispose il piantatore.
— Non avete alcun sospetto?
— Nessuno finora.
— Ed io ho sempre in mente quel grido che udimmo sulla terrazza, don Raffaele.
— Che qualcuno abbia seguito Yaruri, sospettando lo scopo della sua fuga dalla sua tribù?
— È possibile anche questo.
— Ma sai almeno, cugino mio, di chi vuol vendicarsi Yaruri?
— Sono riuscito a saperlo, — disse don Raffaele, abbassando la voce. — Egli era uno dei più valorosi indiani della tribù dei Cassipagotti, alleata degli Eperomerii e degli Orecchioni, ma assai ambizioso, a quanto ho potuto comprendere, e aspirava a diventare il capo supremo dei figli del sole. Ma un altro, pure valoroso, aspirava a tale carica, certo Yopi. Morto il capo, si contesero accanitamente la carica, ma pare che le tribù alleate fossero più favorevoli alla nomina di Yopi che a quella di Yaruri. Il fatto è che quest’ultimo non fu nominato e giurò odio eterno, non solo contro il rivale, ma anche contro tutte le tribù. Egli certo sapeva degli sforzi tentati dagli esploratori bianchi per accertare l’esistenza della famosa città e perciò è venuto da noi. Senza dubbio egli spera in una invasione d’uomini bianchi per far precipitare Yopi.
— Non facciamo una bella parte in questa faccenda, cugino, — disse Alonzo. — Ci facciamo i paladini d’un traditore.
— A me basta constatare l’esistenza dell’Eldorado, — disse don Raffaele, — e ciò nell’interesse della storia e della geografia. Di Yopi e di Yaruri non mi occuperò e li lascierò a disputarsi il potere. Se non avremo i tesori promessici da Yaruri, ne faremo senza. Sono abbastanza ricco oggi e tu, lo sai bene, sei il mio erede.