— Eccomi, padrone, — rispose l’indiano, che li aveva raggiunti.
— Puoi tenere la barra?
— Sì, padrone.
— Imbarchiamoci.
Il dottore ed Alonzo s’affrettarono a spiegare le vele, e la scialuppa, spinta da una leggiera brezza, si mise a risalire il fiume con velocità stimata non inferiore ai quattro nodi.
— Ora potete parlare, don Raffaele, — disse il dottore. — Siamo impazienti di sapere come avete scoperto le tracce degli indiani che ci lanciarono quella freccia.
— Temo che qualcuno ci abbia traditi, amici, — disse il piantatore. — Quegli indiani, ormai ne son certo, ci precedono per prepararci forse un agguato.
— Ma da chi traditi?... Non vi era nessuno sulla terrazza, fuori di noi.
— Non lo so, ma ascoltatemi: io e Yaruri ci eravamo inoltrati nelle foreste del Cassanare, quando in mezzo ad una fitta macchia trovammo un fuoco che non era ancora completamente spento. Sulla terra umida si vedevano le traccie di due calci di fucile e delle orme di piedi nudi; di più trovammo una freccia eguale a quelle lanciate contro di voi. Voi sapete che gli indiani sono famosi nel seguire le orme e Yaruri si mise a seguirle finchè giungemmo sulla sponda del Cassanare. Colà trovammo, profondamente impressa nel fango, la traccia d’un canotto. Invano lo cercammo, seguendo le rive, e girammo la foce del fiume, ma poco dopo il tramonto vedemmo un punto nero che spiccava sulle acque biancastre dell’Orenoco. Non si poteva sbagliare: era il canotto che fuggiva verso l’ovest rimontando la corrente.
— Ma chi possono essere quegli indiani? — chiese il dottore, dopo alcuni istanti di silenzio.