Un animale, lungo dodici piedi, si agitava dinanzi alla scialuppa. Somigliava ad una foca, ma aveva la testa piuttosto allungata che arrotondata, fornita d’un pelame lungo che somigliava ad una capigliatura, occhi neri e vivaci, col petto fornito di grosse mammelle che gli davano l’aspetto d’una di quelle sirene inventate dagli antichi; il corpo simile a quello dei pesci, ma con due pinne lunghe e strette che si potevano scambiare per vere braccia, ed una coda larga. L’acqua attorno era rossa di sangue, e ciò indicava che era stato ferito, e forse gravemente, dallo sperone acuto dell’imbarcazione.

Al grido lanciato dal dottore, Yaruri, che pareva avesse riacquistato prontamente le sue forze, si era lanciato a prora, stringendo nella destra una pesante ed affilata scure.

L’arma scese rapida sul cranio del gigantesco pesce, penetrando profondamente nella materia cerebrale, mentre i tre bianchi scaricavano simultaneamente le carabine.

Il lamantino, colpito a morte, fece un balzo terribile uscendo quasi tutto intero dall’acqua, poi si tuffò lasciando alla superficie un cerchio di sangue.

— Perduto? — gridò Alonzo.

— No, è nostro, — rispose Yaruri.

— Quale quantità di carne deliziosa! — esclamò don Raffaele.

— Eccolo! — grido il dottore.

Il lamantino ricompariva alla superficie, insanguinando le acque. Sbuffava, lanciava rauchi suoni, dibatteva febbrilmente la larga coda e le pinne pettorali, si sollevava, si rituffava e si contorceva come se cercasse di sbarazzarsi delle palle che portava nel corpo.

— Un’altra scarica! — comandò don Raffaele. — Questi mammiferi hanno la vita dura.