Il silenzio non era rotto che dai muggiti delle acque e da qualche grido emesso da un caimano, il quale si moveva verso l’estremità della penisola. Gli animali da preda tacevano, forse perchè in quei dintorni mancavano.
L’indiano, dall’alto della sua amaca, sorvegliava però attentamente non solo le sponde, ma anche la corrente dei due fiumi. Egli sperava sempre di poter scoprire i misteriosi indiani, che avevano cercato di assassinarlo con una freccia avvelenata.
Vegliava da due ore, quando sulla sponda opposta del Meta, lontana circa due chilometri, scorse un rapido bagliore, poi, attraverso alle fitte piante, un punto luminoso che ora si allargava e ora s’impiccioliva.
— Che siano indiani erranti o quelli che ci precedono? — si chiese.
Stette immobile alcuni minuti, cogli sguardi sempre fissi su quel punto luminoso, poi, non sapendo a quale partito appigliarsi, decise di svegliare don Raffaele.
Stava per scendere dall’amaca, quando vide il caimano che si avvoltolava all’estremità della penisola, arrestarsi, poi scendere nel fiume e tuffarsi rapidamente.
Qualunque altra persona non avrebbe fatto gran caso a quella scomparsa, ma l’indiano, abituato a notare i più piccoli avvenimenti come tutti i suoi compatrioti, che vivono in continuo sospetto, trovava che quella rapida fuga non era naturale.
Si gettò prontamente a terra, afferrò il fucile che don Raffaele gli aveva dato e si mise a strisciare verso l’estremità della penisola, tenendosi nascosto dietro ai cespugli che sorgevano qua è là.
Vi era appena giunto, quando vide, a soli cinquanta passi di distanza, avanzarsi con mille precauzioni, fra le piante acquatiche, un canotto e muovere diritto verso la scialuppa, la quale era stata ormeggiata alle radici d’una iriartrea.
Non si poteva distinguere da chi era montato, in causa dell’oscurità che era profonda ed anche perchè su quel canotto vi avevano gettato dei rami e delle canne che lo copriva da prua a poppa, in modo che si sarebbe potuto scambiare per un ammasso di vegetali abbandonati alla corrente.