— Sono furbi, — mormorò Yaruri. — Fortunatamente io conosco questi inganni; ma chi saranno? Gli indiani che ci precedono o dei predoni di fiume che sperano di rubarci la scialuppa?

S’alzò cautamente, armando il fucile. Il canotto, un montaria indiano a quanto pareva, s’avvicinava sempre mosso da due remi manovrati sotto l’ammasso di vegetali. Ad un tratto sulla riva opposta, dalla parte ove brillava il fuoco, echeggiò improvvisamente un grido simile a quello che emette il tucano.

— Il segnale che abbiamo udito! — esclamò Yaruri.

Il canotto, a quel grido, si era arrestato; poi aveva girato di bordo riprendendo subito il largo. Yaruri puntò rapidamente il fucile, mirò meglio che potè e fece fuoco.

Un grido partì sotto ai vegetali, ma il canotto non s’arrestò, anzi scese la corrente a tutta velocità e sparve fra i boschetti acquatici e le isolette che ingombravano la foce del fiume.

Quasi contemporaneamente, il fuoco che brillava sulla sponda opposta si spense.

Don Raffaele ed i suoi compagni, svegliati bruscamente da quello sparo, si erano precipitati giù dalle amache ed avevano raggiunto l’indiano.

— Su chi hai fatto fuoco? — chiesero.

— Su d’un canotto che s’avvicinava alla scialuppa, — rispose Yaruri.

— Montato da chi?