Don Raffaele, ben sapendo che non sarebbe riuscito a levare una parola di più a quell’indiano, ordinò di spiegare le vele, non volendo lasciare troppo tempo ai misteriosi individui che lo precedevano e che ormai, veduto fallire il tentativo, dovevano essersi rimessi in viaggio.

Il vento però era debole assai e non soffiava che ad intervalli. Era molto se la scialuppa poteva guadagnare due miglia all’ora, anche in causa della corrente che era più rapida per la vicinanza della cateratta.

Il paese circostante non era cambiato. Le due sponde erano sempre coperte di boscaglie fittissime, le quali impedivano di spaziare gli sguardi al di là del fiume.

Si vedevano sorgere qua e là, in una confusione indescrivibile, grandi simaruba carichi di fiori, alberi di noci moscate selvatiche, cedri colossali, alberi da pepe, alberi del cotone alti solamente tre metri, con dei fiori gialli e porporini; euforbie cactiformi irte di spine, gruppi immensi di passiflore tempestate di quegli strani fiori che contengono un martelletto, una tenaglia ed una piccola corona; poi dei maot, piante appartenenti alla specie delle cotonifere, con foglie immense coperte d’una peluria rossastra e cariche di lunghe capsule scannellate; delle baspa butiracee, dai cui semi si estrae una specie di burro; dei saponieri, dalle cui bacche e dalla cui corteccia si ottiene una spuma densa che ha la proprietà del sapone, ed infine un caos di bambù, di liane e di spine ansara, tremendi pungiglioni che trapassano perfino le suole delle scarpe a chi osa affrontarli.

Il fiume appariva ricchissimo di pesci, i quali si vedevano guizzare in grande numero, perseguitati da stormi di piassoca, di caracari, appartenenti alla famiglia dei falchi e di gaviaos, specie di sparvieri.

Si vedevano apparire e scomparire grossi storioni, trote, legioni di acari che sono pesciolini rotondi di colore verdognolo ma molto delicati; di cascudo, pesci lunghi venticinque centimetri, neri sopra, rossicci sotto e colle squame durissime; di raje spinose, di piraia, i cui morsi sono pericolosi e di pemecur, che nascondono i loro piccoli nelle branchie.

Quell’abbondanza aveva fatto radunare colà moltissimi caimani, i quali giocherellavano fra di loro inseguendosi, ora mostrando le loro formidabili mascelle armate di terribili denti, o le potenti code rugose. Alcuni invece si azzuffavano ferocemente fra di loro, mordendosi e insanguinandosi.

XVII. L’agguato degl’indiani.

Nei giorni seguenti i viaggiatori continuarono ad inoltrarsi nell’Orenoco, passando successivamente dinanzi alle foci del Toma — salendo la cui corrente si va a Mauro, luogo ove un tempo i gesuiti avevano fondati fiorenti missioni — e del Treparro, entrambi affluenti di sinistra.

Il quinto giorno da che avevano lasciata la cascata di Ature, giungevano dinanzi a quella di Maipuri, chiamata anche di Quituma.