Anche questa è di poca altezza ed è formata da una specie di arcipelago di isolette e di rupi d’aspetto maestoso che si estendono per oltre un miglio, facendo argine all’impeto della corrente, specialmente al di là della grande rupe di Manimi.

Il passaggio non è difficile, ma può riuscire pericoloso in causa delle ondate che si rovesciano, col fragore di mille tuoni, fra tutte quelle nere scogliere e quei brani di terra.

Una fitta nebbia copre tutta la cascata, alzandosi in forma d’una cupola immensa, sui margini della quale si vedono degli arcobaleni splendidissimi che cangiano continuamente tinte e dimensioni.

Dopo di essersi accostati alle due rive per vedere se erano deserte, temendo un secondo agguato, i viaggiatori decisero di affrontare subito la cascata, essendo il sole prossimo al tramonto e non osando avventurarsi, di notte, fra quelle scogliere innumerevoli.

— Animo, — disse don Raffaele. — Dopo questa cascata non ne troveremo altre e continueremo il viaggio tranquillamente.

— Sei ben sicuro, cugino, che gl’indiani non ci abbiano preparato un nuovo agguato? — chiese Alonzo. — È bensì vero che nulla abbiamo veduto di sospetto sulle due sponde, ma io temo ancora una sorpresa.

— Se hanno teso delle altre funi, le taglieremo. Mano ai remi e avanti senza paura. Yaruri, al posto.

— Sono pronto, padrone, — rispose l’indiano.

La scialuppa s’impegnò tosto in un passaggio largo venti o venticinque metri, fiancheggiato da alte rupi che avevano l’aspetto di cupole e da una doppia linea di scoglietti, i quali lasciavano scorgere le loro punte nere e aguzze.

Il braccio del fiume scendeva rimbalzando e spumeggiando, ma la scialuppa, come nella precedente cascata, s’avanzava trionfando contro tutti quegli ostacoli ed evitando destramente le scogliere che minacciavano di sfracellarla.