Si legò la scure attorno ai fianchi, si aggrappò alle griselle e discese guardando attentamente l’acqua. Crollò il capo due o tre volte, come se dubitasse di qualche cosa, poi s’immerse.

Si era appena allontanato nuotando vigorosamente, quando lo si vide arrestarsi bruscamente, guardare l’acqua con due occhi spaventati, poi lo si udì gettare un grido acuto.

— Yaruri! — gridarono don Raffaele ed i suoi compagni con angoscia.

L’indiano non rispose. Nuotava disperatamente verso l’albero, come se fosse inseguito da qualche mostro. S’aggrappò alle griselle e si mise a salirle con rapidità incredibile. Solamente allora i suoi compagni si accorsero che il suo petto e le sue gambe erano insanguinate.

— Yaruri! — gridò don Raffaele. — Cosa ti è accaduto?

— I caribi, — rispose l’indiano con voce tremante.

— I pesci maledetti?

— Sì, padrone!

— E....

Non potè finire. Un sibilo acuto si era udito in aria e poco dopo una freccia sottile, partita da un gruppo di cespugli situati su di un isolotto vicino alla sponda, si era piantata nell’albero, pochi centimetri sotto l’indiano.