— No, — rispose Yaruri, prevenendo la risposta di don Raffaele. — Noi due bastiamo; invece sorvegliate gl’indiani.

La corrente trascinava quei tronchi verso la scialuppa affondata, la quale occupava buona parte del canale. Yaruri, tenendosi aggrappato alle griselle con una sola mano, li aspettava, stringendo nella destra una corda che si era legata attorno al corpo.

— Padrone, — diss’egli rapidamente, porgendogli l’estremità della fune. — Tenete fermo e ritiratemi a bordo o la corrente mi trascinerà via!

Il primo tronco era vicino e stava per urtare contro l’albero. Yaruri, che si era raccolto su sè stesso come una tigre, si slanciò innanzi e cadde a cavalcioni dell’albero.

Pronto come il lampo, impugnò la scure e la infisse profondamente in un secondo tronco che seguiva il primo.

— A voi, padrone! — urlò.

Don Raffaele, aiutato da Alonzo che era sceso dal pennone, lasciando al dottore l’incarico di vegliare sugli indiani, ritirò rapidamente la fune e pochi istanti dopo i due alberi si trovavano riuniti presso quello della scialuppa.

— Ecco la zattera, — disse Yaruri, con aria trionfante. — Ora possiamo sfidare i caribi.

I due tronchi in pochi istanti furono legati coi paterazzi della scialuppa e ormeggiati all’albero.

— Velasco, — disse don Raffaele, — vedete nulla sulla riva?