Tutti e quattro si collocarono fra i due tronchi d’albero, due grossissimi paiva, che parevano recisi di fresco. Quella specie di zattera, che galleggiava benissimo quantunque fosse così carica, fu abbandonata alla corrente, ma Yaruri, che si era munito del picco della randa, bene o male cercava di dirigerla.

I rapidi flutti della cateratta facevano trabalzare disordinatamente i due tronchi e li facevano girare, ma non riuscivano a separarli nè a farli rovesciare, essendo tutti e due saldamente legati.

Avevano già disceso il fiume per tre o quattrocento passi, accostandosi lentamente alla sponda sinistra, quando Alonzo scorse alcune code emergere a breve distanza e poco dopo dei musi lunghi e armati di denti formidabili.

— In guardia! — gridò. — I caimani c’inseguono.

— Preparate i fucili, — rispose don Raffaele.

Avevano appena dato quel comando che un caimano mostruoso, con un potente colpo di coda si lanciava verso i due tronchi d’albero, cercando di salirvi. L’urto fu così potente, che i quattro naufraghi per poco non furono sbalzati nel fiume.

Yaruri però si era prontamente rimesso in equilibrio. Vedendo il caimano quasi a portata delle mani, afferrò robustamente la scure e lo percosse sul cranio con forza sovrumana.

Si udì uno scricchiolìo sonoro, come se l’arma fendesse una corazza, ed il mostro cadde, scomparendo sott’acqua.

Altri quattro o cinque caimani s’avanzavano però verso la zattera, colle mascelle aperte, pronti a ritentare l’assalto.

— Fuoco! — urlò don Raffaele.