Una scarica seguì quel comando. Gli anfibi, spaventati da quei lampi e da quelle detonazioni e feriti dalle palle che erano penetrate nelle loro gole, abbandonarono la partita fuggendo in tutte le direzioni.
— Animo, Yaruri! — gridò il dottore. — La sponda è vicina.
Velasco non si era ingannato. L’urto dato dal primo caimano aveva spinto i due alberi verso la riva e questa non era più lontana che pochi metri.
Ad un tratto la zattera s’arrestò.
— Abbiamo toccato? — chiese don Raffaele.
— Siamo su di un bassofondo, — rispose Yaruri, che aveva misurata la profondità del fiume col picco della randa.
— Possiamo abbandonare la zattera?
— Non vi sono che due piedi d’acqua.
— Scendiamo.
Tutti abbandonarono i due tronchi mettendo i piedi su di un banco di sabbia appena sommerso, il quale si prolungava verso la sponda. Stavano per raggiungere i primi alberi che si curvavano sul fiume, proiettando una cupa ombra, quando Yaruri, che marciava alla testa, s’arrestò bruscamente.