— Non fidatevi e rimanete uniti, — comandò Yaruri. — Forse ci spiano e strisciano fra i cespugli.

Si addossarono al tronco colossale d’un summameira che stava dietro di loro e attesero l’alba coi fucili montati.

Alonzo aveva trascinato presso l’albero il cadavere della belva e lo osservava con viva curiosità.

Era un vero coguaro, chiamato anche puma dagli indiani e leone d’America dagli uomini bianchi. Come dicemmo, era grande quanto un cane di Terranuova, ma nelle forme e anche pel colore del pelame, rassomigliava assai alla femmina del leone africano. Aveva la testa rotonda come quella dei gatti, ornata di lunghi baffi irti, gli orecchi corti e la coda era lunga e sottile.

Questi animali hanno una forza straordinaria quantunque siano relativamente piccoli e sono feroci al pari dei giaguari, e assaltano nello stesso tempo animali e indiani. Di solito, specialmente se non sono affamati, evitano gli uomini bianchi sapendoli armati di fucili, ma se sono messi alle strette si difendono con accanimento senza pari e si slanciano sui cacciatori senza contarli.

Tuttavia, quantunque siano così sanguinari, presi piccini si affezionano ai loro padroni, ma non bisogna fidarsi troppo, poichè qualche giorno, quando meno si sospetta, giuocano dei pericolosi colpi e non è raro che finiscano col divorare i loro guardiani.

Intanto i coguari, poco prima veduti ronzare sulla sponda, non si facevano vedere. Spaventati forse da quello sparo, si erano internati nella foresta, in mezzo alla quale si udivano a ruggire e balzare fra i cespugli.

Verso l’alba però scomparvero, nè più si fecero vedere, nè udire.

— Andiamo a visitare questa sponda, — disse don Raffaele. — Poi penseremo a metterci al lavoro ed a rifabbricare la nostra scialuppa.

XIX. Il pane degli indiani.