Il luogo ove avevano approdato era una lunga striscia di terra, larga forse venti metri, coperta di grandi alberi e che aveva dietro di sè una savana tremante d’una estensione così immensa che non si potevano scorgere i confini.

Su quell’istmo, che divideva le acque dell’Orenoco da quelle nere della savana, crescevano colossali bambù d’un diametro di uno o due metri; macchioni di spine ansara e di erbe taglienti che producono ferite pericolose; ammassi di calupi, piante le cui frutta tagliate a pezzi dànno una bevanda rinfrescante, e di calupi diavolo i cui semi, messi in infusione coll’acquavite, sono uno specifico contro i morsi dei serpenti; gruppi di niku, gambi sarmentosi simili alle liane, colla scorza bruna e che tagliati a pezzi dànno un succo lattiginoso che si lascia colare negli stagni per ubriacare i pesci; poi un grande numero di palme, le graziose bactris, le nane marajà, le esili euterpe edulis, le folte cargia (atlalea spectabilis) che sono quasi senza fusto e che si curvano verso terra, le spinose javary (astrocaryum) e le grandi manassù (atlalee speciosæ).

Numerosi uccelli svolazzavano fra quelle piante e sull’orlo della savana tremante: i maithaco, piccoli pappagalli, cicalavano su tutti i toni; le arà lanciavano le loro grida acute di arà, arà; gli aracari, uccelli simili a un merlo ma col becco grossissimo volavano via a stormi; gli azulao, piccoli uccelli colle penne azzurre, canticchiavano fra i niku e le spine ansara, mentre gli japu, appollaiati sulle cime degli alberi, facevano un baccano indiavolato col loro cinguettìo sgradevolissimo.

Fra i cespugli poi, svolazzavano gli splendidi colibrì, i piccolissimi uccelli mosca chiamati anche beja-flores perchè pare che bacino i fiori e dagli indiani capelli del sole o piccoli re dei fiori. Erano grossi come un tafano e mostravano, ai primi raggi dell’astro diurno, le loro splendide penne scintillanti.

V’erano anche i trochilus pella o colibrì topazii; i trochilus auratus o colibrì granato e i trochilus minimus, i più piccoli di tutti, ma i più battaglieri. Trillavano sull’orlo dei loro nidi graziosissimi, fatti in forma di coni rovesciati, facendo scintillare le loro piume verdi, o turchine, o nere porporine a riflessi dorati.

Gli animali invece mancavano ed anche i quadrumani, di solito numerosi sulle sponde dell’Orenoco, non facevano udire le loro grida discordi. Solamente una coppia di saiminé, o scimmie scoiattolo, saltellavano fra i rami d’una lantana camara, gentile arbusto rampicante carico di graziosi fiori variopinti.

— È un luogo tranquillo, — disse Alonzo.

— E sicuro, — aggiunse il dottore. — Questa savana tremante impedirà ai misteriosi indiani, che si ostinano a perseguitarci, di sorprenderci.

— A te, Yaruri, — disse don Raffaele. — Affidiamoci all’uomo dei boschi.

— Prima di tutto pensiamo al canotto, — rispose l’indiano. — Ecco là un grosso bambù che fa per noi.