— Hai scorto qualche mucca? — chiese Alonzo, ridendo.
Yaruri non rispose, ma s’avvicinò ad un grande albero col tronco liscio, alto dai venticinque ai trenta metri, colla corteccia rossastra e coi rami carichi di frutta rotonde, grosse come aranci e giallastre.
— La mimosops balata, — disse il dottore. — Avremo del buon latte che nulla avrà da invidiare a quello delle mucche.
L’indiano aveva estratto il coltello e fatta sul tronco di quell’albero una profonda incisione. Tosto un getto di succo lattiginoso zampillò, cadendo entro la fiaschetta del dottore.
— A voi, — disse l’indiano, porgendola ad Alonzo. — Bevete.
Il giovanotto, dopo una breve esitazione, mandò giù due o tre sorsi.
— Ma è vero latte! — esclamò. — Foresta benefica!... Si sono mai veduti degli alberi surrogare le bovine?
— Bevete, o il succo sfuggirà tutto, — disse l’indiano.
Alonzo vuotò la fiaschetta, poi bevettero il piantatore, Velasco e ultimo Yaruri.
— Ora in marcia, — disse questi.