Rinvigoriti da quel latte, si misero in cammino costeggiando la savana tremante e oltrepassata la lunga lingua di terra che la divideva dal fiume, guadagnarono la grande foresta che si estendeva lungo la cateratta.

Yaruri s’arrestò alcuni istanti per orientarsi, poi condusse i suoi compagni nel folto della selva e s’arrestò sul limite d’una radura, in mezzo alla quale si vedevano ancora sorgere gli avanzi di alcune capanne.

Tutto all’intorno il terreno era diboscato per un grande tratto e portava ancora traccie di coltivazione. Qua e là crescevano alberi di cocco, ma ormai mezzi selvatici; banani già carichi di frutta deliziose e profumate; piante di batolo le cui foglie, messe in infusione, calmano le febbri, piante di tabacco che un tempo dovevano aver servito alla missione; aranci, cedri, mangli che si curvavano sotto il peso dei loro frutti che sono eccellenti e succosi ma impregnati d’un legger sapore di terebintina, qualche albero di cacao e qualche pianta di caffè, ma ormai semi-infruttifera per mancanza di cure.

Yaruri però non si curava di quelle piante. Egli mosse diritto verso certe pianticelle, sollevò rapidamente la terra ed estrasse un grosso bulbo somigliante ad una patata, esclamando:

— La manioca!... Il pane è assicurato.

— È buona questa manioca? — chiese Alonzo.

— Eccellente, — rispose il dottore.

— Assaggiamola.

— Sei pazzo! — esclamò Velasco. — Se la mangi così morrai.

Alonzo lo guardò con stupore.